Minoranze: una questione sempre attuale

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L’articolo di Alberto Rosselli, uscito sul nr. 28 di “Nuovo Arengario”, sulla letteratura occitanica, avendo toccato – seppur a latere – l’argomento relativo alle autonomie delle valli “occitane” d’Italia (Piemonte, soprattutto, ma anche, seppur in misura minima, Liguria[1]), mi induce (grazie anche alla cortesia del Direttore) a svolgere in modo più ampio una serie di considerazioni relative appunto alla volontà autonomistica (in alcuni anni addirittura separatista) delle valli provenzali[2].

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Il primo aspetto da prendere in considerazione è la differenza, che non tutti (alcuni in buona, altri in mala fede) vogliono tener presente, tra “minoranza etnica” e “minoranza linguistica”. La prima di queste due categorie prevede che la minoranza, rispetto alla maggioranza che occupa il territorio (o lo stato) in cui anche la minoranza vive, abbia differenti origini razziali, differenti costumi, religione e lingua, o quantomeno, se non tutte, almeno alcune di queste significative differenze. Ora, è di ogni evidenza che la definizione di “minoranza etnica” in forma assoluta si può applicare ad un gruppo quale gli armeni in Turchia (differente ceppo razziale, differente lingua e religione, ergo differenti usi costumi e tradizioni), o al massimo alla minoranza slovena a Trieste (stessa religione, ma diversa origine e lingua, slava e non veneta). Da ciò discende che la “minoranza linguistica” ha, rispetto alla maggioranza, differente solamente la lingua, avendo invece uguali origine razziale, religione e abitudini culturali in senso lato. È questo il caso della minoranza provenzale[3] in Piemonte: essa infatti, a parte la lingua (comunque sempre di origine neo-latina), condivide col resto degli abitanti della regione l’origine etnica, la religione, le tradizioni, gli usi ed i costumi[4].

Classificata ora in modo inequivoco la minoranza provenzale come “linguistica” (e non “etnica”, come voleva invece, per es., François Fontan, teorico dell’occitanismo radicale, di cui parleremo tra breve), vediamo perché, almeno in Italia (Piemonte), è opportuno parlare di “provenzale” e non di “occitano”.

I termini “occitano” ed “occitanico” si utilizzano per indicare il complesso delle lingue romanze (cioè neo-latine) sviluppatesi nella parte meridionale della Francia (all’incirca immediatamente a sud del Massiccio Centrale e, procedendo da ovest ad est, dalla Guascogna fino alle Alpi provenzali) dal latino volgare influenzato (in sede fonetica, morfologica, sintattica e lessicale) dalle parlate delle tribù galliche meridionali (sostrato celtico o gallico). Tutte queste parlate (attualmente se ne individuano, secondo la classificazione tradizionale mistraliana, sette: alverniate, guascone-bearnese, linguadociano, limosino, rossiglionese, perigordino, provenzale) hanno (o avevano) in comune il modo di indicare l’affermazione (oc < lat. hoc, “sì”), donde la definizione di “langues d’oc” (da cui deriva anche il nome della regione della Francia sud-occidentale della Linguadoca) o “occitanes”. Tali lingue, tra cui pur esiste una certa intercomunicabilità, non sono tuttavia identiche tra di loro, anzi si differenziano sempre più a mano a mano che da occidente si va verso oriente, per cui un guascone trova comunque difficoltà a comunicare in modo pieno e completo con un nizzardo; inoltre, esse non hanno mai avuto una vera e propria koinè, cioè una lingua d’uso comune ufficiale, se non quella poetica dei trovatori delle corti medievali della Francia meridionale sviluppatasi sulla base del limosino. Ora, non è chi non veda come la nozione, e la definizione, di “occitanico” si possa utilizzare esclusivamente per indicare il complesso delle lingue d’oc (meglio, anzi, definirle “parlate di tipo occitanico”), e quindi tanto meno per le parlate delle valli alpine piemontesi che appartengono, certo, alla famiglia delle lingue d’oc, ma più precisamente alla sottofamiglia del provenzale alpino[5], e come tali (cioè “provenzali”) vanno quindi definite[6]. Pertanto, il termine “occitano”, pur non scorretto in sé, lo diventa nel momento in cui lo si voglia usare in senso ampio (musica, cucina, architettura…) e non nel suo senso proprio e corretto all’interno dell’ambito linguistico, riferendolo, comunque, all’intero dominio (così i linguisti chiamano il territorio d’uso di una lingua o di una famiglia linguistica) delle parlate romanze di derivazione “oc” e non solamente ad una sua parte. Tanto più scorretto poi, non tanto il termine, quanto il suo uso, se riferito – come è successo in Italia a partire dagli anni ’60/’70 – alla questione socio-politica.

Se dunque per le valli piemontesi occorre parlare di “provenzale” e non di “occitano”, come è nata e si è sviluppata in esse la fantomatica “questione occitana”?

 

Dobbiamo partire dalla fine degli anni ’50 del secolo scorso, quando (e ne sono testimone anch’io[7]) nelle valli del Piemonte sud-occidentale nessuno ancora aveva la consapevolezza di parlare provenzale, ma tutti (tranne forse qualche raro intellettuale, quali il già citato Bodrero, Sergio Arneodo, Giuseppe Rosso, Bep Ross, di Borgo San Dalmazzo, 1935-1995) erano convinti di parlare, come si usava dire, “nosto modo”, cioè in piemontese, ma nella sua forma locale, e pure parecchio rustica, se non addirittura rozza. Ciò avveniva anche perché nessuno revocava in dubbio l’appartenenza, morale prima ancora che politica, ai territori dell’antico stato sabaudo, al quale pur con alterne vicende nei rapporti con il regno di Francia, tutte queste vallate erano, da periodi più o meno lunghi, appartenute[8]. Intorno alla fine degli anni ’50, dunque, si colloca l’attività del poeta, intellettuale e uomo politico biellese Gustavo Buratti (che però amava firmarsi, in piemontese, Tavo Burat), il quale, da sempre “innamorato” delle minoranze linguistiche di qualunque tipo e regione, avendo conosciuto il Félibrige mistraliano ed avendo soggiornato per parecchio tempo in Provenza, aveva compreso che le parlate delle vallate alpine piemontesi (pur se ormai alquanto “inquinate” dalle parlate della pianura) erano di base più provenzale che non piemontese. In conseguenza di ciò egli cominciò, il sabato e la domenica, a visitare, in sella alla propria lambretta, i paesi delle valli[9] cercando di dimostrare agli abitanti, e di convincerli, che il loro modo di parlare non solo non era una forma “rozza” e “campagnola” di piemontese, ma – au contraire – un parente di antiche e nobili parlate che, nel medioevo, avevano dato origine anche ad una civiltà di altissimo valore culturale. Buratti risvegliò dunque la parte provenzale della cultura (linguistica, e non solo) delle valli, mentre a lui si accompagnava, completando la sua opera, l’attività in loco di Sergio Arneodo (1927-2013) e del suo “Coumboscuro-Centre Prouvençal”, fondato a Monterosso Grana nel 1947. Di pochi anni successiva è anche la fondazione (a Crissolo, in alta valle Po) della Escolo dóu Po (1961), associazione esclusivamente linguistico-culturale che promuoveva gli studi sul provenzale alpino in Italia, unendo scrittori ed intellettuali sia provenzalofoni che piemontofoni: suoi fondatori furono Gustavo Buratti, Sergio Arneodo e Giuseppe Pacotto (in piemontese Pinin Pacòt, 1899-1964).

 

Il “gran salto” da provenzale ad occitano si ha nel momento in cui la questione da esclusivamente culturale diventa anche socio-politica, e ciò avviene quando a Frassino, in media val Varaita, il paese in cui risiedeva il poeta ed intellettuale Antonio Bodrero (1921-1999), che amava tuttavia firmarsi o in piemontese come Barba Tòni Bodrìe oppure in provenzale come Barbo Toni Boudrier (o Baudrier), a Frassino – si diceva – approda, transfuga in esilio volontario dalla vicina Francia, il politologo, dichiaratamente omosessuale e legato agli ambienti della gauche francese[10], nonché ideologo dell’occitanismo, François Fontan[11]. Costui, dopo essere stato imprigionato in Francia (1962) per il sostegno dato all’FLN (Front de Libération Nationale) algerino, nel 1964 si era – come detto – volontariamente allontanato dal suo paese in polemica con la sua politica nei confronti del processo di decolonizzazione, ed in particolare in quei paesi, come l’Indocina e l’Algeria, in cui tale processo era avvenuto in modo traumatico e violento[12]. Fontan, convinto della necessità storica della autodeterminazione dei popoli, applicava questo principio, che egli vedeva concretamente svolgersi in Asia ed in Africa, anche alle cosiddette “nazioni senza stato” europee, in primis l’Occitania, a tal punto da fondare il PNO (Parti Nationaliste Occitan; a Nizza nel 1959). Giunto in Italia cominciò a trasferire le sue idee radicalmente etnico-nazionaliste anche al territorio delle valli piemontesi, trovando una valida spalla in Bodrero e nell’attrice italo-francese Dominique Boschero, parigina ma la cui famiglia era originaria anch’essa di Frassino[13]. Con questi ultimi, ed altre persone, Fontan fonda (nel 1967) il MAO (Movimento Autonomista Occitano), il quale si presenterà a svariate elezioni amministrative (soprattutto comunali e provinciali), ottenendo anche discreti successi[14].

 

Viste le premesse “decolonialiste” testé riportate, va da sé che il tema “Occitania” sia stato fin da subito appannaggio della sinistra (estrema all’inizio, radical-chic nel prosieguo fino ai nostri giorni). Questo in campo più strettamente politico, con alleanze del MAO (quando non si presentava da solo alle elezioni, specie quelle comunali) coi partiti della sinistra, specie quella libertaria e (come si diceva un tempo) “extra-parlamentare” più che non con il PCI o altri partiti “storici”, ma anche per quanto attiene alla sfera più propriamente ideologico-culturale in tutti i suoi aspetti, dal turismo alla cucina, dalle danze alle musiche, dallo sport (pensiamo alle valli olimpiche di Torino 2006) alla letteratura ed allo spettacolo (cinema, soprattutto). Tutto ciò non soltanto per la forza delle idee “rivoluzionarie” di Fontan, ma anche in funzione anti-piemontese, visto che i principali esponenti della cultura regionale spingevano sul pedale delle tradizioni, considerate “piccolo-borghesi”, sulla fede religiosa, sul buon tempo antico (non ultima anche la fede monarchico-sabauda) visto, il tutto, come una sorta di “età dell’oro”[15]. I “piemontesi” erano i colonizzatori che sottraevano le terre ai poveri contadini “occitani” per costruirvi le seconde case o per impiantare bòite (cioè piccole fabbriche) e officine, specie nelle medio-basse valli, dopo aver imposto la loro lingua (il piemontese e poi l’italiano)[16] allo scopo di sradicare l’atavica cultura occitana. Autonomia, se non indipendenza, con una buona dose di rivoluzione “umanista”, era la parola d’ordine degli anni tra i ’60 e gli ’80, con l’utopia di, un giorno, unirsi alla “grande Occitania” di qua e di là delle Alpi (ed anche un po’ dei Pirenei).

Si teorizzava dunque la questione delle “minoranze” come una questione proletaria (e quindi “di sinistra”) di contro al “regionalismo” ed al “provincialismi” di origine borghese (e quindi “di destra”). Il tema poi specifico dell’Occitania veniva inquadrato – sulle orme di Fontan – nel più ampio problema della “decolonizzazione”: non soltanto per i paesi afro-asiatici e in generale del “terzo mondo” (pensiamo all’Algeria, la cui rivoluzione era stata sostenuta da Fontan stesso, o al sud America ed al “mito” guevarista, nato proprio in quegli anni), ma anche per le “nazioni senza stato” europee. Le valli “occitane” dovevano dunque essere “liberate” dalla colonizzazione in primis piemontese e poi più ampiamente italiana, in attesa – come detto – di potersi ricongiungere, nel sogno utopico della “grande Occitania, con i confratelli d’oltralpe.

Conclusasi poi, in un modo o nell’altro, la questione strettamente politica, grazie soprattutto alla Legge nazionale nr. 482/99 (“Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”), che elargisce ogni anno milioni in Piemonte a provenzali, franco-provenzali e walser[17], resta nei nostri anni da riflettere sull’aspetto culturale, e socio-culturale.

La conseguenza dell’origine, e del successivo suo sviluppo, sinistrorsa dell’occitanismo è che esso ancora oggi è considerato come un impegno socio-culturale à la page, degno delle frange radical-chic della categoria dominante degli intellettuali (specie se “impegnati”), di contro al “piemontesismo” che invece, nato da ambienti di destra o non impegnati politicamente, porta con sé una certa aura negativa di ambienti conservatori se non reazionari. Una conseguenza macroscopica di tutto ciò è che il termine “occitano” è usato, con una generosità degna di miglior causa, sia quando la confusione e l’errore sono almeno scusabili (cioè nel caso di “occitano” per “provenzale”), ma anche quando l’errore è colpevole. Come sempre, in casi del genere, raramente si capisce se la causa sia l’ignoranza o la mala fede e, come sempre, non si sa quale delle due cause sia peggiore dell’altra.

Eccone alcuni esempi.

È normale leggere sui giornali (o ascoltare alla radio o in televisione) il termine “occitano” anche per le iniziative di “Coumboscuro”, che ha da sempre ribadito la sua avversione per tale termine, utilizzando invece il corretto “provenzale”. Ma – si sa – “Occitania” è quasi una sorta di “mantra” che fa audience: grazie alla potenza della pubblicità e del denaro del finanziamento pubblico (da cui – detto per inciso- “Coumboscuro” è esclusa proprio per la sua scelta consapevole di non voler usare il termine “occitano”).

Nell’ambito di feste popolari (anche ben organizzate, e sia in città che in piccole località) abbiamo una pletora di “danze e musiche occitane”, anche quando si tratta di canzoni e balli tipicamente piemontesi[18]. Io stesso, una trentina di anni fa, in un negozio torinese di dischi (frequentato – ahimè –  in modo particolare da intellettuali radical-chic, ma anche l’unico in cui allora si trovavano dischi di “folk revival” piemontese), vidi dei dischi di gruppi di musica piemontese (Tre Martelli, Ariondela, ecc.) sistemati nello scaffale contrassegnato dalla definizione di “musica occitana”. Alle mie rimostranze il proprietario mi diede ragione, ma ammise candidamente che questo era l’unico modo perché la maggior parte della sua clientela si interessasse (e comprasse) questi dischi (“Se scrivessi ‘piemontese’, la gente penserebbe alle balere, al liscio, alle piòle”).

Negli anni ’90, su di un grande quotidiano a diffusione nazionale, uscì un reportage, opera di un giornalista non di secondo piano quale Paolo Guzzanti, sulla provincia “profonda” piemontese. Nell’articolo dedicato a Savigliano, piattissima pianura della provincia di Cuneo, distante anni-luce (non solo geograficamente, ma anche economicamente e culturalmente) dal mondo delle valli provenzali, si diceva che (cito a memoria) “il dialetto (sic) parlato a Savigliano è di origine occitanica”. La notizia, che se fosse vera sconvolgerebbe anni ed anni di ricerca dialettologica e glottologica, ha una sua ragion (erronea) d’essere. L’informatore di Guzzanti (probabilmente in questo caso più per ignoranza che non per mala fede) orecchiando come alcuni termini della parlata della pianura cuneese (Savigliano), arcaica come tutte quelle più periferiche (e per conoscere questa norma linguistica generale basta consultare un qualunque trattato di linguistica romanza), pur essendo piemontesi, siano simili, appunto perché arcaici, ai loro corrispondenti nel provenzale, lingua anch’essa arcaica per la norma delle aree isolate (e per sapere questo basta eseguire la stessa operazione di cui poche righe sopra…), sentenziò la “occitanicità” di tale parlata. Non è così, ma tant’è: l’ignoranza coniugata con la superficialità conosce solamente la derivazione verticale, e non quella orizzontale, delle lingue[19]. A Savigliano si dice onta (antica forma genuinamente piemontese che troviamo anche nei testi torinesi del ’700) invece del più moderno italianismo vërgògna, esattamente come l’occitano usa onto? Ebbene, due più due fa quattro: la parlata di Savigliano è occitana… Sarebbe come sostenere che, siccome in Piemonte (ma penso anche in Liguria e Lombardia) diciamo “pastiglia” e non “pasticca” o “rosticcere” invece di “pizzicagnolo”, noi parliamo una lingua a base (o di origine) francese più che non italiano.

Concludendo. Sgombrato il campo dal sogno utopistico della “grande Occitania” di fontaniana memoria, ma anche del concetto stesso di “civiltà e cultura” occitana (almeno in Italia), anche l’idea di alcuni di una sorta di autonomia delle valli sul modello, per esempio, valdostano appare poco praticabile. L’autonomismo valdostano si basa infatti sulla ragione che l’italiano (almeno nel 1946) era lingua d’importazione, mentre le due lingue d’uso erano i patois valligiani per la vita di tutti i giorni ed il francese come lingua “di cultura” e “di élite”[20]; inoltre si deve considerare anche il non trascurabile fatto che tale autonomismo fu definito dai Padri costituenti (come d’altra parte anche quello del Trentino e Sud-Tirolo nonché del Friuli e della Venezia Giulia) solamente per evitare possibili “rigurgiti”, emersi già verso la fine della Seconda guerra mondiale, separatisti ed annessionisti nei riguardi della Francia, dell’Austria e dell’allora Jugoslavia.

Certamente in Italia occorrerebbero politiche (soprattutto economiche) ben diverse nei confronti della montagna, sia quella provenzale che in generale tutte le alte valli (alpine e appenniniche), ma con ciò si entra in un campo non mio, sul quale lascio volentieri ad altri la parola.

Dario Pasero (Socio del “Félibrige”)

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[1] A proposito della cosiddetta minoranza “brigasca” invito a leggere gli studi del genovese prof. Fiorenzo Toso, che con giuste argomentazioni nega l’origine occitanica di tale minoranza linguistica.

[2] Queste mie riflessioni sull’argomento, di cui mi occupo a partire fin dai tardi anni ’70 del secolo scorso, si basano su fonti scritte ed orali. In particolare quelle orali sono le testimonianze, in primis, di alcuni miei familiari e quelle di persone da me intervistate sull’argomento: figure della statura del politico e poeta piemontese Gustavo Buratti (Tavo Burat, di Biella, 1932-2009) e dello scrittore, in provenzale ed in piemontese, Antonio Bodrero (Barba Tòni Bodrìe; di Frassino, in val Varaita, 1921-1999), oltre – più modestamente – a ricordi miei personali degli anni tra il 1966 e la fine del secolo scorso circa.

[3] Spiegherò tra breve l’uso del termine “provenzale” in luogo di “occitano”.

[4] Ovviamente le tradizioni popolari delle valli (architettura, balli e musiche, leggende, culinaria ecc.) sono da vedersi in rapporto ora con altre aree di montagna (l’architettura è simile a quella delle valli alpine piemontesi non provenzali) ora con le zone di pianura: i balli sono, se non uguali, molto simili a quelli di pianura (corenta, giga ecc.) e le leggende riprendono molti temi e personaggi (masche, servan ecc.) presenti anche in quelle della pianura piemontese.

[5] Abbiamo poi il provenzale marittimo (Marsiglia, Nizza, Monaco fino a Mentone esclusa, la cui parlata è più ligure che non provenzale) ed il provenzale rodaniano, quello cioè utilizzato da Mistral (1830-1914, premio Nobel nel 1904) per comporre i suoi capolavori.

[6] Su questa stessa linea si colloca il più antico centro culturale di attività in favore della minoranza provenzale nelle valli cuneesi, cioè “Coumboscuro-Centre Prouvençal” di Monterosso Grana, fondato dal compianto Sergio Arneodo.

[7] Le famiglie di due miei nonni provenivano dalla valle Maira (provenzale), tanto che nel comune di Dronero, centro di fondovalle e il più importante di essa, esiste una “borgata Pasero”. A ciò si aggiunga che per parecchi anni la mia villeggiatura estiva aveva luogo nella borgata di Prafauchier, nel comune di Bellino, il più elevato del ramo meridionale dell’alta valle Varaita (la cosiddetta “Castellata”, Chastelado).

[8] L’ultimo territorio ad entrare nel regno sabaudo fu la Castellata coi trattati di Utrecht (1713) e di Rastadt (1714), che posero fine alla guerra di Successione spagnola (1701-1714). Una testimonianza preziosa della fedeltà dei sudditi delle valli a casa Savoia ci è data da La chanson de l’Assiette, un testo popolare, redatto in francese da un cantastorie valdese, David Michelin-Salomon, di Bobbio Pellice, in cui si celebra la vittoria dei piemontesi sui francesi al colle dell’Assietta (1747), durante la guerra di Successione austriaca. La consapevolezza di appartenere ad uno stato centralizzato ben definito, presente negli abitanti dei territori (anche vallivi) del Piemonte, era invece assente nelle regioni che dovrebbero appartenere alla”grande Occitania”: essi si consideravano o sudditi di singoli signori feudali o del re di Francia.

[9] Testimonianza personale di Tavo Burat, di cui si può sentire un’eco in una sua intervista compresa nella raccolta di suoi scritti dal titolo Lassomse nen tajé la lenga (Non lasciamoci tagliare la lingua; Biella 2005), a pag. 317.

[10] Due motivi, questi, per cui Bodrero, cattolico tradizionalista e legato alla vecchia Democrazia Cristiana, prenderà da un certo momento sempre più le distanze dal MAO (celiando anche sulla sigla, che lo induceva a definire “maoisti” i suoi aderenti e simpatizzanti), fino ad uscirne. Lo stesso Bodrero, in una conversazione privata, mi disse che Fontan si era sempre rifiutato ai suoi ripetuti inviti di incontrarsi in dibattiti pubblici, in forma di contraddittorio, sul tema Piemonte-Occitania. È pur vero, tuttavia, che Fontan fu anche critico con la gauche, colpevole – secondo lui – di privilegiare i temi economici rispetto a quelli “nazionali”.

[11] Nato a Parigi nel 1929, da una famiglia originaria del Midi, morì a Cuneo nel 1979. Le sue opere principali sono: La Natione Occitane. Ses frontières, ses regions (Bagnols-sur-Cèze, 1969; trad. italiana La nazione occitana. I suoi confini, le sue regioni; Frassino 1982), interessante anche per quanto riguarda l’aspetto “italiano” del problema; Orientation politique du Nationalisme occitan (ivi; 1970); Nationalisme révolutionnaire, religion marxiste et voie scientifique du progres (ed. Lu Lygar, 1972); Ethnisme, vers un nationalisme humaniste (Bagnols-sur-Cèze, 19752; trad. italiana Etnismo, verso un nazionalismo umanista, 1998); Nationalisme, federalisme, internationalisme (Lu Lygar, 1976).

[12] Anche se è vero che le due questioni (indocinese ed algerina) vennero vissute diversamente dall’opinione pubblica in Francia. Per l’Indocina si trattava della perdita, pur dolorosa, di una lontana “colonia”, mentre l’Algeria era, a tutti gli effetti, un “dipartimento metropolitano”, e quindi in tutto e per tutto Francia, tanto quanto Parigi o la Borgogna o la Bretagna. Tanto che i “pieds noirs” (cioè i contadini francesi cacciati dall’Algeria dopo la sua indipendenza) venivano visti ora come poveri esuli cacciati da una terra che era loro di diritto, ora invece come codardi francesi che si erano lasciati spodestare senza opporsi, anche combattendo, ad un sopruso. Un quadro abbastanza evidente di come molti francesi “sentissero” l’Algeria si può avere leggendo, per es., i romanzi Lo straniero o La peste di Albert Camus, da cui traspare con chiarezza anche come essi si comportassero (moralmente ed ideologicamente) nei confronti degli arabi.

[13] Dominique Boschero, in provenzale Dominique Bosquier, nasce a Parigi nel 1937 da genitori piemontesi, che allo scoppio della seconda guerra mondiale la affidano ai nonni, per cui trascorre questi anni a Frassino. Terminata la guerra ritorna a Parigi, dove dopo altri mestieri lavora come indossatrice. A 18 anni esordisce nella rivista di un locale parigino, iniziando così la carriera di soubrette e di attrice in piccoli ruoli. Un’intervista rilasciata alla rivista “Epoca” la fa notare dai produttori italiani, divenendo così un’icona del cinema italiano: la sua breve ma intensissima carriera cinematografica la porta a girare in pochi anni moltissimi film, dalla commedia all’italiana allo “spaghetti-western”, dal thriller all’horror, dallo storico-mitologico al fantasy. Si lega quindi sentimentalmente con Claudio Volontè, fratello del più famoso Gianmaria, che però, travolto da uno scandalo, morirà suicida, rallentando così anche la carriera della Boschero. Alla fine degli anni Sessanta, grazie all’incontro a Frassino con François Fontan ed il poeta Antonio Bodrero, inizia ad interessarsi attivamente dell’identità occitana. Nel 1974 abbandona il cinema e si ritira infine a Frassino.

[14] Per una trattazione più ampia ed esaustiva (anche se non sempre ideologicamente “neutra”) della figura di Fontan, dei suoi rapporti con Bodrero e della parabola politica del MAO si veda A. Bodrero, Opera poetica occitana, a cura di D. Anghilante; Milano 2011 (introduzione, pp. 7-108, passim). Per quanto riguarda poi la figura del poeta ed intellettuale Antonio Bodrero occorre ancora ricordare che il suo pensiero oscillò – per parecchio tempo – tra un sogno idillico, infantil-arcadico di Provenza, un’immagine ideal-utopica di Occitania e, specie nei suoi ultimi anni, una visione concretamente storica del Piemonte, che compiva la sintesi, risolvendole in se stesso, delle due posizioni precedenti. Tale evoluzione è evidente anche nella sua produzione poetica che, da provenzal(occitanico)dominante si va facendo con gli anni in misura sempre maggiore piemontese, fino a che essa diventò pressoché esclusiva.

[15] Va notato che tale contrapposizione (riassumibile, in forma alquanto sbrigativa, “tra destra e sinistra”) vale, per Fontan e gli “occitanisti”, anche nei confronti della figura di Mistral e del felibrismo, colpevoli sia di una visione restrittivamente “provenzalista” sia di un’adesione ai valori tradizionali della Provenza stessa, quali il cattolicesimo, la campagna come fonte economica primaria, le tradizioni popolari e, soprattutto, l’accettazione dello stato centralizzato francese. Tali ideali in Mistral risultano evidenti, oltre che dalle sue opere poetiche, anche dal racconto “Il poeta Mistral” contenuto nell’opera di A. Daudet (1840-1897) Lettere dal mio mulino (1870).

[16] Questo aspetto del problema è reale, ma era dovuto non tanto ad una politica colonialista dei “piemontesi” quanto ad una evoluzione abbastanza comune delle lingue, per cui le minoranze tendono spesso (anche se non sempre), e comunque in modo quasi inconscio, ad acquisire le parlate “forti” del territorio in cui vivono, e ciò per motivi economici (lavoro, commercio), ma anche di prestigio socio-culturale. Quanto alla convinzione di una reale e concreta “colonizzazione” piemontese, ecco alcune scritte – da me lette in quegli anni – sui muri di case della valle Varaita: “Non vogliamo morire torinesi”, “Non colonizzate le valli d’Oc”, fino all’ineffabile “Piemontesi tutti appesi” (come se gli abitanti delle valli non fossero anch’essi amministrativamente “piemontesi”: più corretto allora scrivere “piemontofoni”).

[17] Oltretutto la legge prevede che ogni comune interessato ai contributi “autocertifichi” la sua appartenenza alla minoranza (occitana, franco-provenzale o walser), ragione per cui si è assistito al caso del comune di Castagnole Piemonte, nella pianura tra Pinerolo e Torino, proclamarsi “franco-provenzale” sulla base di cervellotiche e superficiali analisi linguistiche (problema su cui torneremo tra poco).

[18] Come già accennato, non esiste (e questo me lo dichiarava con forza proprio l’apostolo delle minoranze, cioè Gustavo Buratti) una “musica occitana” o delle “danze occitane” o una “cucina occitana”: esisteranno, certamente, forme di canti, musiche, danze, piatti della tradizione alpina o, addirittura, della pianura piemontese, adattati alle tradizioni delle vallate provenzalofone. La corenta si ballava nelle Langhe e nel Monferrato e, un tempo, nella stessa Torino (la famosa “Monferrina” è, dal punto di vista coreutico, una corenta) come nelle valli alpine, ovviamente ciascuna con suoi aspetti caratteristici all’interno di una struttura coreutico-musicale simile.

[19] Questo errore fu commesso anche da Fontan (che non era un linguista né un glottologo), il quale (nel suo La nazione occitana 1969; trad. ital. 1982, cit. supra) afferma che località della fascia pedemontana cuneese, quali Verzuolo, Costigliole, Busca, erano anticamente “occitane” e “piemontesizzate” solamente da un numero più o meno ampio di anni. e ciò proprio perché presentano ancora termini “occitani”, ma che invece sono piemontesi arcaici. Pensiamo al caso del termine per l’italiano “topo”: l’arcaico giari per il più moderno rat o i termini usati per un buon numero di attrezzi agricoli.

[20] Attualmente pochissimi valdostani parlano francese quotidianamente (come invece nel Sud Tirolo, dove il tedesco è affettivamente la lingua quotidiana della maggioranza della popolazione), ma annualmente si continua ad organizzare, ad Aosta, e con buon successo, una stagione teatrale (o almeno una serie di spettacoli) in francese.

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