Racconti e leggende della nostra tradizione – Leggende di Santi (e di diavoli)

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Ponti e strade (prima del Morandi…)

 

Parecchie leggende relative a figure di Santi riguardano (in varie località italiane) la costruzione di ponti di difficile esecuzione. Elemento comune a pressoché tutte queste leggende è il fatto che, in una località in genere di mezza montagna, si debba costruire un ponte in una posizione quanto mai ardua e pericolosa, a tal punto che nessuno tra gli abitanti del luogo si sente in grado di realizzare l’opera. Entra in gioco a questo punto un forestiero sconosciuto, che si rivelerà poi essere il diavolo, che si offre di costruire il ponte pretendendo però in cambio l’anima del primo essere vivente che transiterà sul ponte stesso. Le leggende si concludono tutte allo stesso modo: il diavolo fa il ponte in una notte, ma astutamente un abitante del villaggio lo beffa facendo transitare per primo sul ponte un animale, in genere un cane o un maiale, così che il diavolo, dovendo tenere fede ai patti, si deve accontentare della bestia invece che di un’anima umana. Dove le leggende differiscono è in genere riguardo al personaggio che salva il paese: una donna, addirittura la regina Giovanna d’Angiò, a Dronero (Cuneo); un santo eremita non meglio edificato a Lanzo Torinese e un altro santo eremita, di nome Martin, a Pont St Martin (Aosta), da cui il paese avrebbe ricavato il suo nome.

Sempre nel cuneese, ma questa volta nella pianura, e precisamente a Fossano, sarebbe vissuto un altro Santo sulla cui vita le notizie sono molto scarse e nebulose. San Giovenale che, vissuto presumibilmente nel IV secolo, martire e primo vescovo di Narni, viene ricordato insieme ai tre martiri romani sulla via Nomentana. Patrono, oltre che di Narni, anche della città di Fossano[1], la sua festa in questa città si celebra la prima domenica di maggio. Egli è protagonista di una leggenda in cui il diavolo, pur essendo sempre un “costruttore”, da realizzatore di ponti si fa autore di vie lastricate.

Narra infatti la leggenda che una stradina in salita del vecchio centro della città, lastricata un tempo di pietre irregolari, piccole e grosse, senza una vera e propria regola, sia stata un tempo lastricata con le pietre del fiume Stura dal diavolo, che aveva scommesso con San Giovenale di finire il lavoro in una giornata. La scommessa era stata accettata dal Santo con un fine ben preciso: impegnato nel lavoro il demonio non avrebbe avuto tempo per entrare in città (era il giorno della festa di San Giovenale stesso) per indurre in tentazione gli abitanti. Il tempo passava ed il lavoro era ancora lontano dalla conclusione: per questo il diavolo ad un certo momento, pur di finire, non si curò più della regolarità delle dimensioni delle pietre, sistemandole in modo irregolare. Ciò non bastò, tuttavia, per concludere in tempo, tanto che alla fine, mentre si avvicinava alla porta della città, essa veniva chiusa per l’ora tarda, mentre San Giovenale, allegro per lo scherzo giocato all’avversario, se ne tornava tranquillo in Paradiso.

 

Santi vs Saraceni (un tempo si poteva…)

 

Sfumata nella leggenda è anche la figura di San Bernolfo, particolarmente venerato nella diocesi di Mondovì (Cuneo) ed a cui è intitolata una piccola frazione (detta Sabërnoj, nel patois provenzale locale, a quasi 1700 metri di altitudine) del comune di Vinadio, in valle Stura. Il personaggio è avvolto nella notte dei tempi: vissuto forse nel secolo IX (o X) e martirizzato durante un’incursione nelle valli cuneesi da parte dei saraceni partiti dalla loro base di Frassinetto in Provenza,. Quello che interessa è anche il fatto che questa figura di Santo si riallacci alle leggende (nate certamente da fatti storici reali) legate alla presenza dei saraceni nelle vallate alpine piemontesi e provenzali[2]. Questi predoni furono spesso sconfitti anche grazie all’intervento di ecclesiastici (vescovi o abati di conventi) che si assunsero la responsabilità di guidare la lotta contro di essi, in mancanza delle o in appoggio alle autorità civili.

 

A Natale: la leggenda di Gelindo, il pastore

 

Un tempo, nei presepi che si preparavano per il Natale in Piemonte non mancava mai una statuina, collocata inizialmente molto lontana dalla grotta di Betlemme e poi, poco alla volta, avvicinata ad essa. Essa rappresentava un pastore con un agnello collocato intorno alle spalle, a circondarle (a baticòle) quasi come una stola e con le quattro zampe legate davanti al petto. Questo pastore, che venendo di lontano si avvicinava alla grotta un poco ogni giorno, giungeva dal Piemonte (la maggior parte delle versioni specifica: dal Monferrato) ed il suo nome era quello di Gelindo.

Egli rappresenta in buona misura il tipo “classico” del contadino piemontese: semplice, alquanto burbero, testardo, ma di buon cuore, che, obbedendo all’ordine di Augusto riguardante il censimento di cui si parla nel Vangelo di San Luca, lascia la sua casa in Monferrato e giunge infine vicino a Betlemme, dove incontra Giuseppe e Maria, aiutandoli a trovare la grotta ove alloggiare. È proprio lui, dunque, il primo a visitare il Bambino Gesù appena nato.

Questa leggenda natalizia è stata anche trasposta in una sorta di sacra rappresentazione popolare, e dunque anonima, in piemontese, in parte devota ed in parte comica, risalente al medioevo e la cui prima redazione scritta dovrebbe risalire al secolo XVII. Di essa parlò Costantino Nigra in un saggio sul teatro popolare del 1894 e fu pubblicata per la prima volta da Rodolfo Renier nel 1896 confrontando due redazioni diverse (una alessandrina e l’altra monferrina).

Il testo, rappresentatissimo una volta nel tempo d’avvento nel corso di spettacoli popolari e non professionali, ha ancora oggi un suo spazio, per quanto non molto ampio, nel repertorio di quelle poche compagnie amatoriali che agiscono con un minimo di serietà e di rispetto per le tradizioni.

La diffusione di questa leggenda, e quindi la fama del personaggio, è testimoniata anche da modi di dire tipici piemontesi ancora attuali: di una persona che stia ferma, quasi imbambolata, tenendo spesso anche qualcosa in mano si dice It ësmije Gelindo (“Sembri Gelindo”), paragonandola alla statuina del presepio, ferma e portante sulle spalle l’agnello. Siccome nel testo teatrale Gelindo prima di partire per la Terra Santa torna molte volte indietro o per fare ulteriori raccomandazioni alla moglie o perché ha dimenticato qualcosa (è uno degli aspetti comico-popolari della rappresentazione), di una persona inconcludente, che non si decide mai a muoversi, rimandando e tornando spesso sui suoi passi, si dice, breviter, Gelindo a torna (“Gelindo ritorna”).

 

Santi guerrieri di un tempo non “irenico”: la Legione Tebea

 

Durante la persecuzione di Massimiano (fine del III secolo) si narra che un’intera legione dell’esercito romano, arruolata a Tebe in Egitto e perciò detta “Tebea”, formata esclusivamente (più di 6.000 uomini) da soldati cristiani, si sarebbe rifiutata di obbedire all’ordine del comandante di punire i ribelli della Gallia, cristiani, venendo così prima decimata, e poi tutta quanta sterminata. L’eccidio sarebbe avvenuto in Svizzera, nel canton Vallese, nei pressi di una località chiamata Agaunium, all’incirca l’attuale St. Maurice.

Fin qui la storia, ma, secondo la leggenda, alcuni di questi soldati sarebbero riusciti a sfuggire all’eccidio, rifugiandosi chi qua chi là in varie vallate alpine, dando inizio così all’evangelizzazione delle alte valli, e poi delle pianure sottostanti, al di qua e al di là dell’arco alpino: in Savoia, in Svizzera, in Piemonte[3].

Una leggenda popolare delle valli cuneesi, oltretutto (come vedremo) ben distante dalla verità storica, ci presenta in particolare quattro di questi Santi soldati: Maurizio[4], Chiaffredo, Magno e Costanzo. Essa narra che questi quattro Santi erano figli di un nobile romano, il quale un giorno, coi suoi figli ed al comando della cavalleria imperiale, venne mandato verso le nostre montagne per sottometterne gli abitanti. I figli però si convertirono al cristianesimo, per cui il padre – saputa la notizia e fatti chiamare i ragazzi – li cacciò minacciandoli di morte qualora fossero tornati da lui. Allontanatisi, i quattro giungono alla sera alla capanna (balma) di un vecchio e santo eremita che la mattina seguente li benedice e li invita a dividere le loro strade, così da poter evangelizzare quante più genti possibile. Giunti dunque ad un crocevia presso Cuneo, essi lasciano ai loro cavalli la scelta della strada su cui proseguire: San Magno in val Grana, San Costanzo in val Maira, San Maurizio in val Varaita e San Chiaffredo in val Po. Inizia così l’evangelizzazione degli abitanti delle valli, finché a Roma il nuovo imperatore si accorge che il Cristianesimo sta facendo troppi progressi anche nelle province e pertanto manda i suoi soldati per stroncare il proselitismo dei Santi, promettendo anche una ricompensa a chi riesca a catturare i quattro evangelizzatori.

San Costanzo si accorge di essere inseguito da un gruppo di pagani con cattive intenzioni e, mentre sta per essere catturato, maledice gli inseguitori, trasformandoli tutti in statue di pietra.

San Magno, inseguito anch’egli dai soldati, si rifugia nella parte più alta della val Grana e, giunto al colle del Mulo, trova rifugio nelle capanne dei pastori, dove però le donne gli negano da mangiare. Anche in questo caso il Santo maledice i luoghi, che ancora oggi non producono se non scarsi fili d’erba.

San Maurizio invece lascia l’impronta del ferro del suo cavallo su di una roccia, appena oltre la borgata omonima verso il Brich Biron, a Frassino, quando partì di lì, spronando con violenza la bestia, per passare dal Piemonte alla Savoia e continuare anche là la sua opera di evangelizzazione.

Infine San Chiaffredo dalla val Po passa a quella di Varaita per andare a trovare il fratello, lasciando anch’egli il segno del ferro di cavallo (anzi, suo sarebbe il segno di cui sopra) quando, per ordine di Nostro Signore, deve tornare in fretta e furia alla sua val Po.

Come ogni leggenda che si rispetti anche questa ha una corrispondenza fortissima non tanto con la vera storia della Legione Tebea (oltre tutto, tranne San Maurizio, non è neppure certo che gli altri vi appartenessero) quanto con la realtà attuale delle valli. Al Villar San Costanzo, comune della bassa val Maira, un’attrattiva turistica discretamente nota sono i cosiddetti Cicio[5] dël Vilar, una serie di formazioni dette “colonne di erosione” (note anche come “piramidi di terra”), cioè sculture morfologiche naturali, con una tipica forma di funghi, il cui cappello è costituito da un masso erratico (anche di notevoli dimensioni) ed il gambo da terra e pietrisco: essi rappresenterebbero appunto, data la loro forma vagamente antropomorfica, i soldati pietrificati dal Santo.

Nella parte più alta della val Grana esiste il santuario di San Magno, nel comune di Castelmagno, alla bella altitudine di 1761 metri, uno dei più alti d’Europa, dove il Santo si sarebbe rifugiato per sfuggire agli inseguitori.

Il culto di San Maurizio è ben testimoniato in val Varaita, e specialmente nel comune di Frassino, dove si trova a lui intitolata una borgata, oltre che la parrocchia del paese.

Infine anche a San Chiaffredo è dedicato, in valle Po, un santuario, il più importante della diocesi di Saluzzo. (oltre che il più antico, del sec. XV) insieme a quello di Maria Madre della Misericordia a Valmala.

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[1] Per tale motivo, infatti, un tempo erano parecchi i fossanesi che portavano il nome di Giovenale: il più famoso fu il padre oratoriano Giovenale Ancina (1545-1604), poeta e musicologo, che fu vescovo della vicina Saluzzo dal 1602 alla morte.

[2] Un’eredità folkorico-antropologica delle incursioni saracene è la figura del “moro” o del “sarazin”, presente sia nel patrimonio musicale popolare pedemontano sia nelle tradizioni carnevalesche di alcune Bahìo (Badie) delle valli alpine, tra cui la più famosa è quella di Sampeyre (valle Varaita), che si svolge ogni cinque anni.

[3] In Piemonte, in generale, e segnatamente nella provincia di Cuneo, quando ci si trovava di fronte ad un Santo non ben conosciuto (e ce n’erano parecchi…) cui fosse dedicata una borgata, una cappella, un pilone, senza andare troppo per il sottile lo si “arruolava”, a ragione o a torto, nella legione Tebea. Così, oltre a San Maurizio, ecco i vari Magno, Mauro, Defendente, Chiaffredo, Costanzo, Besso, Tegolo, Savino, Solutore, Avventore ecc.

[4] Notiamo per inciso che San Maurizio divenne protettore dell’esercito sabaudo ed a lui è intitolato uno dei più prestigiosi ordini militari italiani (Ordine Mauriziano), che un tempo gestiva la palazzina di caccia di Stupinigi e l’ospedale Mauriziano a Torino.

[5] In piemontese il termine cicio ha molti significati concreti: da burattino a pupazzo o fantoccio a spaventapasseri a bambola (cicia al femminile), oltre che, metaforicamente, babbeo o ancora persona poco seria o immatura.

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