Ungheria 1956: i tredici giorni che non sconvolsero il mondo

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L’Occidente non mosse un dito per aiutare i patrioti ungheresi, schiacciati dai cingoli sovietici

Con un filmato dell’Istituto Luce

 

I ragazzi, gli studenti, gli operai il 23 ottobre del 1956 scesero nelle strade di Budapest per una grande manifestazione popolare antisovietica, che ben presto si trasformò in rivolta. Qualche mese fa presentando lo studio «Le crepe nel muro: Ungheria 1956», gli atti di un Convegno milanese a cura della Fondazione Ugo Spirito e di Luni editrice, avevo promesso che sarei ritornato sull’argomento per descrivere quei tragici tredici intensi giorni. Ora per ricordare lo scoppio della rivolta, ho letto il documentato volume di Enzo Bettiza, «1956. Budapest: i giorni della rivoluzione», Mondadori (2006).

Enzo Bettiza, giornalista e scrittore, scomparso qualche anno fa, attento conoscitore del mondo comunista e dell’Europa orientale, rievoca con tutta la sua competenza e partecipazione quei giorni tragici e ne ricostruisce tutti i risvolti politici e gli effetti che ebbero soprattutto sui partiti comunisti occidentali a cominciare da quello italiano. Proprio gli ultimi due capitoli li dedica a Palmiro Togliatti e ai suoi accoliti.

Bettiza è convinto che bisogna cominciare dalla caduta del Muro di Berlino e cioè dal 1989 e non dal 1956 per capire quello che è successo nel 1956 in Ungheria. Infatti per lui, tutto comincia alla frontiera tra l’Ungheria e l’Austria, basta dare un’occhiata alla carta geografica. Nella regione alpina tra Sopron e Eisenstadt, il governo ungherese postkadariano apre le frontiere e così centinaia di tedeschi orientali, fuggono in massa dall’Ungheria verso l’Austria. Una decisione che spalancava un confine: «squarciava per la prima volta – scrive Bettiza – la ‘cortina di ferro’, apriva una prigione continentale, cambiava il mondo fino allora conosciuto. L’emorragia deliberatamente favorita da Budapest, iniziata in agosto, assumeva in settembre le dimensioni di un impetuoso esodo biblico[…]». Nessuno li ha fermati, nessuna guardia gli ha sparato alla schiena. Pertanto proprio «nel cuore dell’Europa centrale, fra i reticolati spezzati di Sopron, cominciavano a sbrecciarsi così i primi mattoni del muro di Berlino».

Per Bettiza è significativo che questa fuga dal carcere sovietico provenga da un territorio come quello ungherese, un tempo focolaio della grande rivolta di popolo contro l’Unione Sovietica. «S’avvertiva qui una sorta di catarsi giustiziera. L’Ungheria umiliata, sequestrata nella metà del secolo dal ‘panzerkommunismus’ che non tollerava fuoriuscite dal blocco, sul finire del secolo, proprio lei fu il crocevia dell’inarrestabile esodo che doveva svuotare e seppellire il comunismo».

Senza voler raccontare scrupolosamente gli accadimenti, si arriva all’atto di riparazione da parte dei russi: l’11 novembre 1992 il presidente russo Boris Eltsin, in visita ufficiale a Budapest, porge omaggio ai caduti della rivoluzione antirussa e in un discorso davanti al parlamento presenta le scuse per l’aggressione armata del 1956.

Nel frattempo dalle nostre parti, cioè in Italia, dopo tutti quei cataclismi all’Est, «i comunisti italiani, che, fra lacrime e scissioni, si vedono costretti a cambiare il nome del partito alla vigilia del crollo sovietico, aspetteranno comunque ancora diversi anni prima di dire la verità su quello che continuavano a definire “fatti d’Ungheria”». Infatti Bettiza ricorda che soltanto nel 1996 esce un timido opuscolo dell’Unità che dava un giudizio opposto a quello formulato da Togliatti quarant’anni prima.

Ma ritorniamo indietro al 1956, ai tredici giorni della rivoluzione ungherese, una rivoluzione vera e popolare (non come quella russa del 1917), che è passata come i “dieci giorni che sconvolsero il mondo”. Purtroppo quella ungherese non sconvolse il mondo: «anzi, spaventando la Russia ed eccitando i popoli soggetti alla Russia, disturbò l’Occidente scosso dal simultaneo attacco franco-britannico contro l’Egitto per l’affare di Suez».

Nelle pagine dell’epilogo del libro, è interessante il paragone di Bettiza tra i due ottobri: l’ottobre russo a quello ungherese. «L’Ottobre russo era diretto contro i partiti, contro l’Assemblea costituente, contro la società civile, contro la libertà degli individui e delle opinioni. L’Ottobre ungherese reclama invece il ritorno dei partiti, la restituzione della terra ai contadini, la protezione sindacale degli operai, l’autonomia e la centralità del Parlamento, la piena libertà di stampa e di riunione. Reclama la Carta dei diritti umani e la rinascita della nazione». Si tratta di due opposte finalità rivoluzionarie, che porterà il grande scrittore ungherese Francois Fejto a osservare: «che la rivoluzione non è affatto monopolio esclusivo del partito comunista russo e che anzi, in determinate circostanze, può essere diretta proprio a rovesciare il dominio di questo partito».

Ho scritto sopra che la rivoluzione magiara disturbò non solo l’Urss ma anche l’Occidente. Infatti Bettiza registra una rimozione sia a destra che a sinistra: «quel brutto ‘fattaccio’ danubiano andava rimosso, o denigrato, o segretato nel fondo della memoria collettiva […]».

Il 1956 si presenta difficile per i satrapi del Cremlino, dopo il XX congresso si innesta la lotta tra gli stalinisti duri e quelli morbidi. Alcuni satelliti dell’Impero sono in subbuglio, come Berlino e Poznan, ma Kruscev riesce ad ammansire quelle proteste. Mentre in Ungheria la situazione è difficile, esistono troppi malumori, fino al punto che il partito comunista ungherese di Rakosi e Gero si disgrega con una rapidità incredibile. «Per la prima volta, il mito e il dogma della irreversibilità vanno in frantumi sotto i loro occhi (dei sovietici – ndr) esterrefatti». Mentre si cercano di prendere provvedimenti, «lo stato d’allarme diventa col passare delle ore stato di panico. Temono la deflagrazione a catena. Paventano che il contagio, partito dalla Polonia, fattosi malattia galoppante in Ungheria, possa estendersi come inarrestabile pandemia ad altre ‘democrazie popolari’».

Bettiza cerca di descrivere gli avvenimenti con precisione. Ponendosi  alcune domande sugli esponenti politici, protagonisti di quei giorni: innanzitutto chi era Imre Nagy, un eroe nazionale, o un comunista vulnerabile; la sua fu una posizione delicatissima, stretto tra l’incudine delle rivendicazioni popolari e il martello dell’apparato filosovietico. E poi su Janos Kadar: fu un traditore, oppure succube di inganni diplomatici e polizieschi. Tito, l’ondivago maresciallo, e poi Kruscev, che aveva scoperchiato i crimini staliniani, ma ora era pronto a utilizzare gli stessi metodi del tiranno georgiano.

Tuttavia Bettiza per semplificare e suddividere per date la tragedia dell’ottobre del 1956, divide l’esplosione rivoluzionaria ungherese in cinque fasi essenziali, dal 23 ottobre al 4 novembre.

La prima fase, la giornata cruciale, è la grande manifestazione popolare del 23 ottobre, sotto il monumento di Petofi a Pest. Partecipano gli intellettuali del Circolo Petofi, che costituiscono una sorta di Stati Generali della sommossa, seguiti da studenti universitari e liceali, operai delle officine di Csepel, comunisti pentiti, socialdemocratici, perfino soldati e ufficiali dell’esercito regolare. Qui i manifestanti inneggiano alla resistenza antisovietica dei polacchi, stracciano le bandiere rosse, sventolano il tricolore con un buco al posto dello stemma comunista. Declamano strofe da Canto nazionale di Petofi: “Su te, Dio d’Ungheria, giuriamo che schiavi non saremo mai!”.

La seconda fase: i dimostranti chiedono a voce sempre più alta la partenza dei soldati sovietici, devastano le librerie russe, distruggono la faraonica statua di Stalin. Negli stessi istanti, Nagy, reclamato dalla folla, pronuncia un discorso imbarazzato dal palazzo del Parlamento, mentre Gero dalla radio ne fa un altro, definendo i manifestanti “fascisti” e “terroristi bianchi”. I manifestanti si dirigono verso la radio, la assediano. Reparti dell’Avo, la polizia politica ungherese, aprono il fuoco e uccidono decine di manifestanti. Quel che resta del partito comunista, chiede aiuto alle truppe sovietiche. Intanto è iniziata la rivoluzione.

La terza fase è segnata dai combattenti per le strade e dai massacri, proliferano i “Consigli rivoluzionari” che mobilitano operai e studenti nella resistenza ai reparti dell’Avo e dell’esercito straniero, Fejto è lapidario nella descrizione: «I russi sparano, gli insorti sparano, la polizia spara, gli uomini cadono. Budapest e l’Ungheria sprofondano in un bagno di sangue».

Nagy, che diventa capo del governo, non riesce a capire cosa sta succedendo, si procede con un nuovo governo, ma non sa bene con chi schierarsi. Appoggiare il movimento insurrezionale oppure frenarlo con l’aiuto dei russi. Bettiza, precisa che «Imre Nagy è comunista da trent’anni, è un vecchio kominternista educato alla scuola di Mosca, e che non è quindi facile per lui accettare a cuor leggero le violenze antisovietiche e vedere un nemico assoluto nell’Armata Rossa. I riflessi condizionati del bolscevico in buona fede lo fanno indugiare e retrocedere dall’assenso precipitoso».

Nagy vorrebbe salvare qualcosa di più del salvabile. Secondo Bettiza, «vorrebbe riportare in auge il meglio degli ideali comunisti, conciliandoli con i proclami nazionalisti e gli inni ottocenteschi della sollevazione[…]».

Il 25 ottobre avviene la svolta per ogni rivoluzione: ai ribelli si uniscono importanti contingenti dell’esercito regolare al comando del colonnello Pal Maleter, alto quasi due metri, veterano della guerra di Spagna, decorato anche per meriti partigiani dal maresciallo sovietico Malinowskij. Maleter diventa subito il capo dell’insurrezione.

Intanto emergono come funghi da una parte e l’altra emittenti libere radiofoniche che trasmettono proclami dei rivoltosi: si chiede il ritiro dei sovietici ed elezioni libere.

Quarta fase si sviluppa dal 30 al 31 ottobre: si potrebbe definire quella della grande illusione e delle speranze tradite. Arrivano a Budapest i due “pacieri”, Mikhojan e Suslov, i quali portano in dono all’Ungheria la bufala dell’Urss, cioè il ritiro delle truppe sovietiche e l’uguaglianza delle nazioni. Una decisione che avrà la durata di quarantott’ore. Intanto fervono le discussioni; tra i vari protagonisti, il cardinale Joseph Mindszenty viene liberato dai rivoltosi. Già condannato all’ergastolo, viene ricondotto in trionfo a Budapest.

Intanto la situazione internazionale si evolve a favore dell’intervento dell’Urss, soprattutto per quanto riguarda la crisi di Suez. Gli Usa alle prese con gli alleati impegnati a liberare Suez, promettono ai sovietici che non interverranno mai per difendere l’Ungheria. La tragedia magiare divide l’Occidente, addirittura gli Usa appaiono alleati dei sovietici. «L‘Ungheria insanguinata, isolata, ignorata,[…] Nessuno pensa più a soccorrerla; non interessa più a nessuno; ormai è data in preda ai lupi voraci e vendicativi del Cremlino che si accingono a ingoiarla».

Kruscev organizza una finta partenza delle truppe dall’Ungheria, per poi aggredirla e godere della sorpresa. In quel momento a capo dei comunisti italiani c’è Togliatti, l’amico di Stalin, che invita il Pcus a non desistere, a reprimere l’insurrezione popolare ungherese.

E siamo alla quinta fase, che sarà la più tragica. A Budapest nelle stesse ore, si registrano due metamorfosi ideologiche e umane diametralmente opposte. Nagy diventa pienamente nazionalista, mentre Kadar fa il voltafaccia e diventa filosovietico. Da liquidatore del vecchio partito a rifondatore del nuovo, lui che aveva subito sevizie al tempo di Rakosi.

Già all’alba del 1 novembre, una volta che si comprende che i propositi dei russi non sono per nulla rassicuranti e quando si comprende che la nuova aggressione sovietica è imminente, Nagy, “decide di passare il Rubicone”. Proclama a nome del governo , la neutralità e l’uscita dal Patto di Varsavia e chiede, al contempo, l’iscrizione urgente della crisi ungherese all’ordine del giorno dell’Onu.

A questo punto Bettiza, ponendosi molti interrogativi, impone una digressione sociostorica e psicologica sull’enigmatica e romanzesca figura abbastanza ambigua di Kadar, che ha preferito prima la normalizzazione dura con i carri armati sovietici, il carcere, i patiboli, le deportazioni, poi una dittatura illuminata, moderata, paternalistica: «il comunismo al gulasch».

L’ambasciatore Andropov, perfetto discepolo della vecchia Ceka, per l’Ungheria propone il metodo dell’agguato asiatico, l’invito al negoziato seguito dall’arresto immediato dei negoziatori. Bisogna fare in fretta il lavoro sporco, eliminare dalla scena uno dopo l’altro coloro che ormai sono considerati terroristi antisovietici, folli. Andropov, usa «con destrezza i più fidati subalterni, diplomatici con la pistola sotto il doppiopetto, riesce a far imprigionare diversi esponenti dei comitati insurrezionali e delle risorte organizzazioni sindacali». Ma il colpo lo assesta il 3 novembre: arresta Maleter (nella foto), appena promosso a ministro della difesa.

Il 4 novembre siamo ormai alla svolta finale: «l’esercito russo accerchia e stringe Budapest in un’immane morsa di ferro. Alle quattro e mezzo dell’alba ne invade con violenza assordante le periferie, incontrando forte resistenza soprattutto nei sobborghi popolari che, assieme ai comitati studenteschi e ai circoli intellettuali, costituiscono il nerbo spezzato della rivoluzione».

Al capo del governo legittimo Nagy non rimane che lanciare dalla radio il suo estremo messaggio agli ascoltatori in panico: «Qui Imre Nagy, presidente del Consiglio. Oggi all’alba le truppe sovietiche hanno lanciato un attacco contro la capitale…». Il governo cadrà in giornata, «mentre sulle barricate combatte il popolo ungherese, soprattutto il popolo operaio. I combattimenti divampano spontanei, disperati, provocando migliaia di morti e di feriti; ma non potranno durare a lungo per via dell’abnorme sproporzione delle forze in campo».

Sono più di 5000 i carri armati del generale Zukov, all’aggressione si aggiungono stormi di cacciabombardieri, che si accaniscono contro la caserma Kilian, che resisterà per tre giorni. Ma anche sull’isola operaia di Csepel. Quelli che muoiono sono operai che in parte provengono da matrici comuniste, non sono “nazifascisti” come sostengono i propagandisti sovietici e i solerti calunniatori Togliatti e Thorez. «Quello che si svolge sotto gli occhi di chi vuol vedere è ben più inaudito: è una battaglia all’ultimo sangue tra la classe operaia ungherese e l’armata dell’Unione Sovietica […] è il barrito di un pachiderma supercorazzato che s’abbatte su tutta una nazione di apostati, con l’intenzione di frantumarne la spina dorsale e annientarne lo spirito per almeno tre generazioni».

Alla fine si contano oltre 10.000 morti, 200.000 ungheresi lasciano il Paese.

Il libro di Bettiza non racconta gli eventi tragici dello scontro politico e armato di quei giorni, di quei mesi in Ungheria, ma fa dei ritratti politici dei protagonisti che vale la pena non solo leggere ma studiare, come quello dell’antieroe della rivoluzione Nagy, un uomo che forse non voleva essere l’eroe di una rivoluzione, «diventa suo malgrado, di fronte al mondo e alla storia, il garante eroico di una rivoluzione antitotalitaria e antileninista». Il giornalista ripercorre sinteticamente la storia del macabro cannibalismo comunista. Non c’è solo Nagy a salire sul patibolo, ci sono stati diversi esempi in tutti i Paesi satelliti dell’impero sovietico. «La lista – scrive Bettiza – delle vittime comuniste, e dei carnefici comunisti che diventano a loro volta vittime comuniste, è difatti sterminata». Si può fare l’esempio con i giacobini francesi che si divorarono tra di loro, ma per breve tempo e nella sola Francia. Qui «l’inclinazione antropofoga dei comunisti sarà duratura e universale».

Per noi italiani sarebbe interessante ripercorrere gli eventi che hanno visto protagonista il segretario del Pci Palmiro Togliatti. La sua figura è legata ai fatti ungheresi, è stato partecipe di ogni fase, di ogni svolta del dramma ungherese. Togliatti vomita un profluvio di ingiurie contro l’insurrezione ungherese. Con la sua lingua di legno, dà lezioni a tutti. Naturalmente Bettiza racconta chi è stato veramente Togliatti, amico e consigliere di Stalin. Il vero volto di Togliatti si rivelerà nel 1956 in Ungheria, è qui secondo Bettiza che «l’uomo dai molti volti arriva a rivelare quello autentico, nel fondo immutabile, del plenipotenziario kominternista che alle dipendenze di Stalin aveva attraversato incolume gli anni più terribili della tregenda bolscevica».

Togliatti è l’uomo della doppia verità, il personaggio bifronte; la sua doppiezza naturale è una caratteristica che va tenuta in considerazione ogniqualvolta si tenti di penetrare nelle sue penombre del suo passato.

«Togliatti non era mai una cosa sola. A seconda della scacchiera nazionale o internazionale su cui agiva, egli poteva presentarsi di volta in volta come revisionista o come dogmatico, e spesso poteva essere nello stesso momento una cosa e l’altra: accorto temporeggiatore gramsciano nelle sabbie mobili della politica romana, ma leninista risoluto nelle questioni concernenti la stabilità e la coesione dei poteri comunisti nell’Europa centrorientale».

Pertanto Togliatti era il capo dei “carristi” delle Botteghe Oscure, quelli che volevano a tutti i costi sentire il fragore dei carri armati in Ungheria. Bettiza nota tra l’altro che i comunisti avevano quasi un astio razziale nei confronti degli ungheresi, ma anche nei confronti dei polacchi. Ci sono delle ragioni storiche, ecco perchè la NKVD russa assassina, nella foresta di Katyn, oltre 6.000 ufficiali polacchi.

Sui figli del Peggiore, cioè i compagni italiani, con i loro voltafaccia, con le loro ripetute menzogne, Bettiza fa delle interessanti riflessioni che potrebbero essere utili per capire i loro figli naturali di oggi in Italia. Ma vi lascio alla lettura del libro.

 

 

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