Vandea: la rivoluzione del Sacro Cuore

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Ho conosciuto la storia del popolo vandeano quando avevo sedici anni; io, adolescente, ero allora abbonato ai “Quaderni della ControRivoluzione”, un bollettino interno (1972), edito da Maurizio Di Giovine di Bologna, dedicato tutto alla rivolta vandeana. E proprio in questo bollettino ciclostilato ho letto per la prima volta con attenzione, sottolineando i passaggi più interessanti, la breve vita di uno dei capi dei vandeani, il giovane generalissimo Henri de la Rochejaquelein, un aristocratico contro la rivoluzione. Peraltro ero talmente entusiasmato che produssi, già allora, uno studio sulla Vandea, e lo presentai in classe alla professoressa di Storia. Ci tenevo a ricordare questa mia piccola esperienza giovanile, per sottolineare che in pratica i miei punti di riferimento culturali, ideali e storici erano questi uomini combattenti per la Verità e per Nostro Signore. Pertanto lo studio di Di Giovine è stato la mia prima fonte storica sulla Vandea, dopo è arrivata Alleanza Cattolica, con la rivista Cristianità, infine i lavori di Reynold Secher, pubblicati da Effedieffe.

 Che cos’è la Vandea? Che cosa è accaduto? Perché è diventato un simbolo evocato dai cattolici oltranzisti o dai reazionari più esacerbati? La domanda non è mia ma di un articolo di Storia e Dossier del 1995. Intanto la Vandea è un territorio che si affaccia sull’Atlantico, nel Nord-Ovest della Francia. I suoi abitanti, per lo più contadini, nel 1793 si sollevarono contro il Direttorio parigino e l’esercito repubblicano francese. E’ una guerra tra francesi che dura tre anni e in questo arco di tempo il nome di Vandea acquista una risonanza immensa.

«La Vandea militare [….]diviene simbolo della resistenza ostinata alle istanze rivoluzionarie […] Per i repubblicani, infatti, i vandeani sono selvaggi manipolati dal clero e dai loro antichi signori feudali. Per gli avversari della repubblica sono invece i crociati dei tempi moderni». (M. Sanfilippo, La Vandea: alle origini di un mito antiliberale, in Storia e Dossier, n. 92, marzo 1995).

I vandeani allo scoppio della Rivoluzione francese nel 1789, accolsero favorevolmente l’avvento di ciò che pareva essere solo una ristrutturazione della società e del governo e che si stava svolgendo nei limiti del diritto tradizionale. Infatti, la convocazione degli Stati generali (il 5 maggio 1789), sebbene non accadesse da tanto tempo, rientrava a pieno titolo negli strumenti del governo della monarchia francese. La rivoluzione, soprattutto nelle regioni periferiche della Francia, fu immediatamente avvertita come fattore “nuovo” ed epocale.

Le cose cambiarono quando il governo rivoluzionario parigino cominciò ad imporre misure amministrative rigide, aumento delle tasse, introduzione della leva obbligatoria, nazionalizzazione dei beni ecclesiastici, soppressione degli ordini religiosi, sostituzione della religione cattolica con il culto prima dell’Essere Supremo, poi della dea Ragione.

Tre particolare avvenimenti scatenarono le rabbia della popolazione francese, che a differenza di buona parte degli intellettuali, della gran parte della nobiltà, dell’esercito, di una parte del clero, imbevuti di cultura illuminista liberal massonica, rimaneva profondamente legata alle tradizioni e alla religione Cattolica. Si consideri anche che la regione della Vandea aveva avuto la predicazione del grande sacerdote San Luigi Maria Grignion de Montfort.

Il primo avvenimento che scatenò la reazione popolare fu la Costituzione civile del clero, mediante la quale il governo rivoluzionario intendeva controllare direttamente gli ecclesiastici, tentando di dar vita a una Chiesa nazionale francese scismatica e sottomessa ai voleri dei dirigenti parigini. Con il giuramento di fedeltà al governo si aspirava a emarginare chi si opponeva al regime. I protagonisti di questa costituzione furono i vescovi Charles de Lomenie de Brienne e Henri Gregoire, amico dei sanculotti, che cercava finanziamenti per comprare le famose picche, che saranno utilizzate per massacrare tanti sacerdoti confratelli.

«Il rifiuto della gran parte dei sacerdoti di prestare giuramento e di rompere, quindi, la comunione con la Santa Sede fece di fatto fallire il progetto della Chiesa nazionale, che costituì  comunque un elemento importante del tentativo di operare la completa scristianizzazione della nazione. I sacerdoti che si rifiutarono di giurare fedeltà al governo rivoluzionario, i cosiddetti preti refractaires, vennero sistematicamente perseguitati, imprigionati o deportati e assieme a loro subiva vessazioni il popolo che ampiamente li sosteneva». (Vandea e Messico. La fede è il dono più prezioso…Edizioni Centro Grafico Stampa Bergamo).

Successivamente il culto viene vietato, il Dio dei cristiani viene messo fuorilegge. Le croci, le immagini, le feste e tutti gli oggetti devozionali, vengono fatti scomparire. Il Cristianesimo è bandito.

Il secondo fattore che scatenò la reazione popolare fu la decapitazione, il 21 gennaio 1793, di Luigi XVI di Borbone, re di Francia; oltre all’uomo moriva un’intera concezione del mondo e della vita. L’esecuzione fu intesa come un “deicidio” per alcuni, per altri come un sacrilegio.

Infine il terzo fattore che scatenò l’ira popolare: nel marzo del 1793 la Convenzione di Parigi decreta il reclutamento di 300.000 uomini da inviare al fronte per la guerra che la Francia aveva dichiarato contro il re di Boemia e d’Ungheria. Iniziano le lunghe guerre rivoluzionarie della Francia. Alla fine questa leva obbligatoria ricade sui ceti deboli, i contadini.

Nell’Ancien Regime, la milizia in media reclutava 12.000 uomini, per un servizio locale. Pertanto, «i vandeani fedeli alla Chiesa cattolica, devoti al re e riottosi a combattere una guerra d’aggressione, dovendo per questo pure abbandonare le famiglie e i campi, non fecero attendere la propria reazione contro quella rivoluzione che il filosofo conservatore irlandese Edmund Burke descrisse come ‘prodigio del sacrilegio’».

Tra il 10 e l’11 marzo l’intera Vandea insorge al suono a martello delle campane delle chiese, che chiamano gli uomini alla battaglia. Insorgono gli umili, i contadini, non i nobili e il clero, che tra l’altro erano stati spogliati dei loro privilegi. «I contadini, infatti, dovettero a lungo pregare i nobili affinché si ponessero alla loro testa per guidarli in battaglia, forti della loro perizia e dell’istruzione militare appresa nelle scuole per ufficiali dell’Antico Regime». (Ibidem)

Ma non furono solo i nobili a guidare i vandeani anzi, molti erano appartenenti ai ceti più bassi, come Jaques Cathelineau, un venditore ambulante. Ben presto il simbolo dei contadini vandeani cucito sulle vesti è un cuore rosso sormontato da una croce, il Sacro Cuore di Cristo. Nasce così l’Armata cattolica e reale schierata contro i blues, i soldati della repubblica francese.

Cathelineau aveva ordinato di iniziare la marcia e la battaglia intonando con i suoi uomini il “Vexilla Regis”, canto della tradizione liturgica cattolica; poi alla fine delle battaglie, si ringraziava il Signore con il “Te Deum”. Cathelineau per la sua pietà religiosa era soprannominato “le saint de l’Anjou”.

La guerra condotta dai vandeani al grido di battaglia “Dieu et le Roil!” ebbe alterne vicende. Gli storici hanno individuato tre fasi, si passa da conquiste ad autentiche disfatte, come quella di Cholet, il 17 ottobre.

Tra i valorosi capi vandeani ricordiamo Lescure, Bonchamps, Charette, D’Elbee, Stofflet, Cadoudal, il giovane Henri de la Rochejaquelein. Tutti si distinsero in battaglie contro le truppe repubblicane, le cosiddette “Colonnes Infernales” dei vari generali Duval, Grignon, Boucret, Moulin, coordinati dal comandante in capo Louis-Marie Turreau, che voleva trasformare la Vandea in «cimitero nazionale».

Turreau verso la fine della guerra, poteva scrivere al Comitato di Salute Pubblica: «[…]entro quindici giorni non esisteranno più in Vandea né case, né viveri, né armi, né abitanti all’infuori di quelli che, nascosti nella profondità delle foreste, saranno riusciti a sfuggire alle più scrupolose perquisizioni».

Il generale Grignon si vantò, in rapporti militari ufficiali, dei risultati ottenuti dalla Colonne da lui capitanate, che uccidevano quotidianamente «circa duemila fra vecchi, uomini, donne e bambini». Addirittura ad Angers le vittime furono scuoiate per farne delle culottes, dei pantaloni, per ufficiali. A Clisson, il 5 aprile del 1794, i soldati del generale Crouzat bruciarono circa 150 donne per estrarre del grasso con il quale ungere le ruote dei carri. Furono varate due leggi che prevedevano la distruzione totale della regione insorta e lo sterminio completo della popolazione. Ne faranno le spese soprattutto le donne, definite brutalmente “solchi riproduttori”, e i bambini, chiamati con disprezzo “futuri briganti”. Ogni mezzo venne impiegato per decimare gli insorti anche mediante il fracassamento delle teste con i calci dei fucili, con le sciabole e le ghigliottine. Si possono raccontare diversi episodi raccapriccianti sul massacro del popolo vandeano. Esemplari furono i metodi “democratici” messi in atto dal proconsole di Nantes, Jean-Baptiste Carrier, che faceva fucilare in massa i poveri vandeani condotti davanti al suo tribunale. Non solo: fu lui a inventare i battelli a valvola, quelli che venivano caricati di prigionieri, uomini e donne strettamente legati, portati sulla Loira e fatti affondare aprendo un buco nel loro fondo, per far morire annegati i prigionieri.

Il tributo di sangue pagato dalla Vandea alla fine delle ostilità fu enorme. Prima della guerra la regione contava circa 305.000 abitanti, dopo soltanto 268.000. Pressoché tutte le abitazioni furono devastate e incendiate.

I combattenti vandeani furono in procinto di marciare su Parigi e molti si son chiesti perché non raggiunsero la vittoria definitiva. Nello studio di “Storia e Dossier”, si avanzano diverse ipotesi: quella fondamentale è che i gruppi di armati vandeani, divisi per parrocchie, non diventarono mai eserciti, e tanto meno un’armata. C’erano dei valorosi capi, ma non ci fu uno al di sopra di tutti, che coordinasse l’insurrezione, con una strategia più vasta, militare. Del resto, sarà la stessa cosa per i cosiddetti “briganti” del mezzogiorno d’Italia, nel conflitto contro l’esercito del Regno Sardo Piemontese.

La gran massa dei contadini vandeani non si preoccupava del futuro; raggiunta una vittoria, ritornava a lavorare nei propri campi, o a festeggiare le ricorrenze religiose nei propri paesi e parrocchie.

Tutte queste informazioni sono documentate con dovizia di particolari dallo storico francese Reynald Secher, che con i suoi studi e ricerche ha portato a galla una storia che le istituzioni tendevano a nascondere. Secher ha pubblicato per la casa editrice Effedieffe nel 1991, «Il genocidio vandeano»; inoltre, sempre con la stessa casa editrice, ha sponsorizzato la pubblicazione di «La guerra della Vandea e il sistema di spopolamento», testo inedito per decenni, scritto da Graccus Babeuf. Questo libro ha una storia rocambolesca: era stato ritirato dai termidoriani, poi era scomparso, sopravvissuto in otto esemplari, metà dei quali custoditi nell’ex Unione Sovietica dove gli studi su Babeuf hanno sempre goduto ottima salute.

Con questi studi Secher ha potuto «definire il massacro vandeano nei termini di un vero e proprio “genocidio”, in quanto azione premeditata e scientificamente realizzata: ne ha recuperato le prove documentarie, gli ordini di sterminio inviati a Parigi (e conservati negli scrupolosi archivi storici militari francesi) nonché gli elenchi delle vittime nei registri parrocchiali». I mandanti furono la Convenzione e Maximilien Robespierre in persona. Lo storico francese è stato contestato dalla storiografia filo-rivoluzionaria, che soprattutto non ha accettato il termine “genocidio”, utilizzato nella pubblicazione “Le génocide franco-français: la Vendée-Vengé” (Il genocidio vandeano). La tesi del genocidio fece molto discutere perché per la prima volta uno storico affermava d’aver mostrato scientificamente un genocidio ad opera delle truppe regolari della repubblica francese a danno della popolazione della Vandea. Per questa tesi ricevette molte critiche, perché sfatava il mito della Rivoluzione francese e di conseguenza rinnegava parte della storia di Francia. A causa di questa pubblicazione Secher venne espulso dall’università e gli fu impedito l’insegnamento pubblico. Secher oltre a portare numerosi documenti inoppugnabili, ripresentò il libello di Babeuf, un contemporaneo alle stragi vandeani, tra l’altro rivoluzionario e non cattolico, quindi un esponente certamente non reazionario e non “sospetto”.

Purtroppo questi testi in Italia non hanno ancora avuto la dovuta diffusione, non hanno raggiunto la grande distribuzione, probabilmente sono rimasti circoscritti alla sola casa editrice Effedieffe che ha l’esclusiva.

Prima di concludere, ricordo brevemente due di quei capi combattenti vandeani, le cui figure approfondirò in un altro intervento.

Tra le figure più significative c’è Jacques Cathelineau, conosciuto come il “Santo dell’Anjou”.

Jacques è un venditore ambulante. Dopo che la Convenzione decreta l’arruolamento in massa dei cittadini francesi, insieme ai giovani contadini, artigiani e commercianti rifiuta di servire il regime rivoluzionario che li disprezza e li perseguita.

Così Cathelineau, acclamato dal suo popolo sotto lo stendardo del Re del Cielo, cantando il Vexilla regis, si avvia verso la vittoria. C’è un discorso pronunciato da S. Em. Il cardinale Paul Poupard, del 18 luglio 1993, interamente pubblicato dalla rivista Cristianità. (n. 222 Ottobre 1993), dove il cardinale fa una splendida biografia dell’eroe vandeano.

Cathelineau è il soldato di Dio. Prima di combattere, fa mettere i propri uomini in ginocchio per chiedere, il soccorso del Dio degli eserciti e con la sua voce forte, chiara e trascinante, li lancia in combattimento al grido: «Soldati di Gesù Cristo, avanti! Con le baionette, le picche, i bastoni!».

Tutti i vandeani, sia i capi che i soldati, portavano sul cuore uno scapolare su cui erano le lettere iniziali dei santi nomi di Gesù e Maria, attorno a un cuore fiammeggiante. Moltissimi portavano il rosario.

Cathelineau cominciò la guerra con la forza di un crociato, fu combattente come Giovanna d’Arco. «Dio ci ha chiesto di combattere perché non avevamo altro mezzo per affermare la nostra fede. Ma non è certo che otterremo la pace religiosa con le armi. Il sangue che si versa per Dio non è mai perso. Con quello di Cristo serve alla redenzione del mondo».

L’altro capo vandeano tra i più conosciuti è il marchese Henri de la Rochejaquelein, probabilmente il simbolo della rivolta vandeana. E’ un ragazzo, ha vent’anni e lo troviamo a capo di oltre duemila persone, tutti giovani, dai 18 ai 25 anni. In Henri hanno scoperto questo giovane capo dall’anima di fuoco, alto e con abbondanti capelli biondo cenere. Ancora oggi dopo due secoli entusiasma i giovani di tanti Paesi.

Henri fa parte dell’Armata Cattolica e Reale, che fu, anche grazie al giovane nobile, un’armata di giovani. Attorniato da altri giovani comandanti, nei combattimenti è sempre in prima fila, esponendosi follemente; ha una bravura senza eguale, una audacia inaudita. Profondamente religioso, alla fine di ogni vittoria ringrazia Dio del successo. Ai suoi giovani combattenti diceva: «Compagni, io non vi chiedo che una cosa, di seguirmi. Là dove vi è del pericolo voi mi troverete sempre».

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