La (grande) Storia nei (piccoli) Canti popolari/VII

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Signor lo Re a j’ha bin dije…

 

Riprendiamo ora l’argomento, iniziato nell’intervento precedente, relativo ai racconti di nozze di principesse di Casa reale con re o nobili di altre terre d’Europa. In questa occasione prenderemo in esame il personaggio della principessa Maria Carolina di Savoia (1764-1782).

 

Canzone nr. 144: Carolina di Savoia (1781)

 

La bela Carolin-a la veulo maridé,

Lo duca de Sassònia a-j veulo fé sposé.

– Oh s’am é bin pì car un pòver paisan

Che ’l duca de Sassònia ch’a l’é tan’ lontan. –

– Un pòver paisan l’é pa dël vòst onor;

Lo duca de Sassònia ch’a l’é un gran signor. –

– Oh s’am é bin pì car un cavajer dla cort,

Che ’l duca de Sassònia ch’a l’é un gran signor. –

– Un cavajer dla cort l’é pa dël vòst onor;

Lo duca de Sassònia ch’a l’é un gran signor. –

– Dagià ch’a l’é così, dagià ch’a l’é destin,

Faroma la virada tut antorn ’d Turin.

Bondì, me car papà, bondì, cara maman

Che mi vad an Sassònia ch’a l’é tan’ lontan.

– Cara la mia cugnà, përchè në piori tan’?

Mi son vënùa da ’n Fransa ch’a l’é tan’ lontan. –

– Cara la mia cugnà, voi se vënùa a Turin,

A Casa de Savòja ch’a l’é un bel giardin!

Cara la mia cugnà, tocheme ’mpò la man,

Cola che v’arcomand s’a l’é la mia maman. –

Quand a n’in son rivàsul pont de là ’d Vërsèj,

N’a fà la dëspartìa con ij sò fratej-

– Fratej dij me fratej, tocheme ’mpò la man,

Che mi vad an Sassònia ch’a l’é tan’ lontan.

Tocheme ’mpò la man, amis, me car amis,

L’é con la fior dël liri arvëdd-se an Paradis. –

 

[Collina di Torino. Cantata da una contadina]

 

La bella Carolina la vogliono maritare,/ Il duca di Sassonia le vogliono far sposare./ – Oh se preferisco molto più un povero contadino,/ Che il duca di Sassonia che è tanto lontano. –/ – Un povero contadino non è del vostro onore;/ Il duca di Sassonia che è un gran signore. –/ – Oh se preferisco molto più un cavaliere della corte,/ Che il duca di Sassonia che è un gran signore. –/ – Un cavaliere della corte non è del vostro onore;/ Il duca di Sassonia che è un gran signore. –/ – Poiché è così, poiché è destino,/ Faremo tutto il giro intorno a Torino./ Buondì, mio caro papà, buondì, cara mamma,/ Che io vado in Sassonia che è tanto lontano./ – Cara la mia cognata, perché piangete tanto?/ Io son venuta dalla Francia che è tanto lontano. –/ – Cara la mia cognata, voi siete venuta a Torino,/ Alla Casa di Savoia che è un bel giardino!/ Cara la mia cognata, toccatemi un po’ la mano,/ Colei che vi raccomando è la mia mamma. –/ Quando sono arrivati sul ponte oltre Vercelli,/ Hanno fatto la separazione con i suoi fratelli./ – Fratelli dei miei fratelli, toccatemi un po’ la mano./ Che io vado in Sassonia che è tanto lontano./ Toccatemi un po’ la mano, amici, miei cari amici,/ E col fiore del giglio arrivederci in Paradiso. –

 

Altre versioni del testo

La fortuna della canzone, legata quasi certamente anche all’affetto che nei riguardi della sua protagonista provava la gente di Piemonte, nobili e borghesi, ma anche la gente comune, è testimoniata dal fatto che oltre alla versione qui riportata, ed ascoltata da una anonima contadina della collina di Torino, esistono almeno altre quattro redazioni ricordate dal Nigra, cioè un’altra sempre della collina torinese, una di Lanzo Torinese, un’altra di Casale Monferrato ed infine una di Montaldo Mondovì. Non basta, in quanto il Nigra trascrive ancora altre due versioni, omogenee nella sostanza, ma alquanto differenti nella forma, provenienti rispettivamente da Valfenera d’Asti e da Cumiana (nel pinerolese). La diffusione spaziale del testo, dunque, segna anche una notevole separazione geografica delle differenti versioni, dal nord-ovest della regione (Lanzo) al sud-ovest (Mondovì), dal centro-ovest (Torino) alle terre più orientali (Casale).

È comprensibile, data la discreta lunghezza del testo, che non possiamo riportare per esteso tutte le versioni di esso, ma ci limiteremo ad osservare le più significative tra le diverse lezioni conosciute dal Nigra.

Tenendo conto che, nella maggior parte dei casi, il testimone è un uomo (o una donna) del popolo, e quindi di non alta levatura culturale, la variante più curiosa riguarda la regione in cui la povera Carolina dovrà recarsi, cioè la Sassonia, lontana (anzi, allora, lontanissima) terra della Germania centro orientale, il cui Duca, promesso sposo della Principessa, nel secondo testo della collina di Torino diventa, prima, ël Duca de San Ninsòla e poi de San Narsòla. L’errore è comprensibile per una forma – come dicono i filologi – di “volgarizzazione” o “trivializzazione”: un nome poco (se non per nulla) noto come Sassonia viene abbassato al livello del recitante, divenendo quindi Ninsòla (cioè, in piemontese, “nocciola”) o Narsòla, che ricorda il paese di Narzole (in piemontese Narsòle), nel circondario di Bra.

Ai vv. 3-4 della versione casalese abbiamo, invece del paisan (“contadino”) contrapposto al Duca che è lontan, un sitadin di contro al Duca che l’ha tancc quatrin (“ha tanti soldi”).

La versione di Montaldo di Mondovì, non a caso testimoniata da un narratore colto (don Stefano Mossetto), è quella che (dal v. 15 in poi) è più vicina alla realtà dei fatti. Mentre infatti le altre redazioni parlano semplicemente di una passeggiata “tut antorn Turin”, questo testo da parte sua aggiunge il particolare (riportato dalle cronache del tempo, testimone il Nigra) dell’arrivo del corteo in piazza San Giovanni, dove la sposa sarebbe stata presa in consegna (ma questo particolare non risulta reale) dalla scorta dei Sassoni. Da notare che il particolare della fermata del corteo in piazza San Giovanni (ma senza la scorta subentrante dei Sassoni) è presente anche nella redazione di Valfenera.

Ultima osservazione. La redazione di Cumiana è l’unica a non chiamare per nome la Principessa, definendola (al v. 1) semplicemente La bela Madamin, termine (Madamin) con cui si designavano le figlie del Re, mentre Madama era la Regina. Inoltre, in essa, la Sassonia, oltre ad essere definita, come nelle altre redazioni, “tan’ lontan”, viene anche vista come terra di “barbarità”, contrapposta a Torino, definita come la “cristianità”: gioca in questo caso anche la consapevolezza che la Sassonia, oltre che in capo al mondo, è anche terra luterana, e quindi barbara e addirittura “non cristiana”.

 

Testo

Una novità per questa canzone, rispetto alle precedenti da noi analizzate, è costituita dal fatto che, essendo essa degli ultimi anni del secolo XVIII, abbiamo ormai parecchie opere letterarie, specie in poesia, con cui si può, volendo, confrontarla a livello lessicale e morfologico, cosa molto più difficoltosa per le canzoni più antiche, risalenti a tempi in cui altri esempi letterari (anche d’autore) erano ancora piuttosto scarsi.

Rileviamo, seppure in numero minore rispetto ad altri testi, gli ormai consueti arcaismi: maridé (per marijé), in alternativa tuttavia con l’italianismo sposé, l’articolo singolare maschile lo per ël, il termine dëspartìa col valore (già visto per il testo, più antico, sulla Duchessa di Borgogna) nel senso di “separazione, divisione”. Abbiamo poi il francesismo colto maman e, dal punto di vista sintattico, osserviamo al v. 7 l’uso della congiunzione se (“s’am è bin pì car”: “quanto mi è più caro”) con valore ottativo.

Per quanto riguarda poi l’aspetto del contenuto notiamo (come già nel testo relativo alla Principessa Maria Luisa) che il saluto coi parenti più stretti si limita al “toccarsi la mano” (tocheme ’ mpò la man), senza altri gesti affettuosi quali baci ed abbracci, mentre il realismo del quadro topografico è evidente nell’immagine del “ponte aldilà di Vercelli” (“pont de là ’d Vërsèj”; v. 21): il ponte sulla Sesia è ad est della città di Vercelli, e quindi “di là” per chi viene da Torino, cioè da ovest.

 

Personaggi

La Principessa: Maria Carolina era, oltre ai figli maschi, la figlia terzogenita di Re Vittorio Amedeo III (1726-1796; Re dal 1773). Mentre le due sorelle maggiori avevano sposato entrambe due principi francesi, e precisamente: nel 1771 Maria Giuseppina Luisa (1753-1810) sposò Luigi, futuro Luigi XVIII; nel 1773 Maria Teresa (1756-1805) andò sposa a Carlo, futuro Carlo X, Carolina ebbe in sorte un matrimonio meno splendido, essendo stata promessa ad Antonio Clemente duca di Sassonia (1755-1836), che diverrà Re nel 1827.

La cognata citata ai vv. 15sgg. è Adelaide di Borbone Francia, Principessa di Piemonte, nipote di Luigi XV, sorella di Luigi XVI e moglie di Carlo Emanuele (IV).

Abbiamo poi anche qui il “coro”, formato dal padre (come detto Vittorio Amedeo III), dalla madre (Maria Antonietta di Spagna, 1729-1785) e dai fratelli, che compaiono come un insieme non precisato nominalmente, e cioè Carlo Emanuele (1751-1819), Vittorio Emanuele (1759-1824), Maurizio, Duca di Monferrato (1762-1799), Carlo Felice (1756-1831) e Giuseppe Benedetto, Conte di Moriana (1766-1802)[1].

 

Vicenda

La vicenda narrata nel testo prende le mosse, seppur implicitamente, dal matrimonio celebrato, per procura, il 29 settembre del 1781, nella Cappella del Real Castello di Moncalieri, tra Maria Carolina e, in nome dello sposo, il fratello di lei Carlo Emanuele. Questo fatto occupa in realtà solamente i primi due versi della canzone, che poi passa ad occuparsi dei sentimenti, in un misto di rassegnazione e di dolore, della Principessa che, nell’ordine, dichiara che preferirebbe di gran lunga sposare un contadino (paisan) o un cavaliere della corte (cavajer dla cort) piuttosto che il Duca di Sassonia, a cui si rimprovera – in sostanza – solamente la distanza (ch’a l’é tan’ lontan) da Torino, cosa che impedirà alla giovane di tornare nella sua terra. A queste dichiarazioni risponde una voce non definita, che tende a far rimarcare alla giovane il fatto che l’onore le impone delle nozze di un determinato livello: un nobile, e non certo un contadino o un semplice cavaliere. A questo punto, convinta e rassegnata, la Principessa chiede almeno di poter vedere ancora una volta la sua amata città, girando in carrozza tutt’intorno ad essa. Segue il momento degli addii: prima di tutti ella saluta padre e madre, subito dopo la cognata, che ci viene mostrata piangente perché, su richiesta della bella Carolina, anch’ella ricorda di quando dovette lasciare la sua terra (la Francia) per andare sposa a Torino. Tale riflessione permette una nuova osservazione di Carolina: Torino, per quanto lontana da Parigi, è tuttavia un “giardino” (un bel giardin), così come tutta Casa Savoia, rispetto alla Sassonia.

La canzone termina con la prima parte del viaggio, da Torino a Vercelli, dove la giovane sposa dà l’addio definitivo ai fratelli che l’hanno accompagnata, approfittando per ribadire ancora una volta che la meta del suo viaggio “a l’é tan’ lontan”. I due ultimi versi anticipano l’immagine della morte, che viene presentita come prossima, che viene evocata (“arvëdd-se an Paradis”) insieme all’immagine del fiore del giglio, simbolo della giovinezza e della purezza della Principessa.

La morte la coglierà, per vaiolo, poco più di un anno dopo: il 28 dicembre del 1782.

 

Appendice

La figura della principessa Carolina, oltre ad ispirare uno (o più) anonimi cantori popolari, è stata fissata anche in un sonetto (sempre anonimo, ma d’autore dotto) che ci presenta solamente, trattandosi di una poesia celebrativa per nozze (secondo la moda arcadico-classicistica del tempo), l’elogio della sposa, l’augurio per le prossime nozze e la lode del genitore.

Il sonetto è conservato ms. presso l’Accademia delle Scienze di Torino (Raccolta di poesie diverse vol. V, mss. Coll. XXXI, p. 140) ed è, come ci dice il sottotitolo, la traduzione di un equivalente sonetto in italiano, quasi certamente dello stesso Autore.

 

Traduzione in Lingua Piemontese del Sonetto precedente

[Per le nozze di Carolina e il Principe Antonio di Sassonia]

L’ Piemont a Madama Carolina

Sonet

 

Dòna Real, degna d’Imperator

Va pur alegra, va a incontré ’l Tò spos,

Ced pura, ced al bel invit grassios,

Ch’at fà Sassònia e la Germania ’ncor.

 

Va lesta e ardìa, buta via la por;

’T vëdras che Prinsi grand, ardimentos,

’T vëdras che blëssa, che bel cheur giojos,

Che saviëssa, che spìrit, che valor!

 

’T savras quanti fieuj un di ’t avras,

Che ’nt la pietà, ’nt ël deuit, ’nt la grandëssa

Smijeran ai Genitor e al Pare Grand[2].

 

’T savras… ma ahidé! mia giòja Ti ’t n’an vas,

Almen pensand al crussi, a mia tristëssa

Soven-te ch’t’eri nòsta ’d quand ’n quand.

 

Donna Reale, degna di Imperatore/ Va’ pure allegra, va’ ad incontrare il Tuo sposo,/Cedi pure, cedi al bell’invito cortese,/Che ti fa la Sassonia e la Germania ancora.// Va’ pronta ed ardita, scaccia la paura;/ Vedrai che Principe grande, ardimentoso,/ Vedrai che bellezza, che bel cuore gioioso,/ Che saggezza, che spirito, che valore!// Saprai quanti figli un giorno avrai,/ Che nella pietà, nel garbo, nella grandezza/ Somiglieranno ai Genitori ed al Nonno.// Lo saprai… ma ahimè! mia gioia Tu te ne vai,/ Almeno pensando al dolore, alla mia tristezza/ Ricordati che eri nostra di quando in quando.

 

Testo

Una sola notazione di ordine lessicale: trattandosi di un testo d’autore (e quindi dotto) troviamo parecchi italianismi letterari, quanto mai stridenti con la ancestralità della lingua piemontese; ecco dunque ced, ardimentos, pietà, genitor, soven-te.

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[1] Osserviamo che di questi cinque figli maschi tre furono Re di Sardegna, e cioè Carlo Emanuele (IV; dal 1796 al 1802), Vittorio Emanuele (I; dal 1802 al 1821) e Carlo Felice (dal 1821 al 1831), ultimo della dinastia diretta dei Savoia, prima del ramo collaterale dei Savoia-Carignano.

[2] È ovviamente Vittorio Amedeo III, padre della sposa.

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