Pubblichiamo la seconda puntata dell’intervento del giornalista e storico Luciano Garibaldi sul ruolo avuto da Sua Santità Pio XII nel contrastare la violenza e i soprusi delle forze armate hitleriane del Terzo Reich. Luciano Garibaldi è autore del libro «O la Croce o la svastica», pubblicato in varie edizioni dalla Lindau, nel quale ha ricostruito le azioni poste in essere dalla Chiesa guidata da Papa Pacelli per porre un freno alle violenze naziste.

Per leggere la prima parte clicca su https://www.ilnuovoarengario.it/dopo-lannuncio-di-bergoglio-sulle-carte-segrete-di-papa-pacelli-prima-parte/

 

 

Uno dei momenti più drammatici del conflitto tra la Chiesa e il nazismo, che raccontai nel mio libro «O la Croce o la svastica», fu l’ordine, impartito da Hitler al generale delle SS Karl Wolff, di rapire Papa Pio XII e imprigionarlo nel Liechtenstein. La rivelazione mi fu fatta dallo stesso Wolff in una lunga intervista che pubblicai a puntate, in esclusiva mondiale, su «Gente» nel 1983. Eugenio Pacelli è stato certamente il più grande Papa del Novecento. Per molti anni nunzio in Germania, sapeva tutto della follia antisemita e vi si era sempre opposto, tanto che, alla fine della guerra, sarà calcolato in almeno un milione il numero di vite di ebrei salvate in tutta Europa grazie alle sue direttive.

In Italia era certamente la figura più amata dal popolo, come dimostra l’afflato della folla quando si precipitò a benedire i morti e a soccorrere i feriti nel quartiere di San Lorenzo, a Roma, devastato, il 19 luglio 1943, dai bombardieri anglo-americani. Nel dopoguerra, diventerà il Papa della scomunica verso i comunisti, salvando così l’Italia dal rischio di finire oltre la «cortina di ferro», sotto il tallone sovietico.

Fu durante una colazione di lavoro, pochi giorni dopo la caduta di Stalingrado, nel febbraio del 1943, che Hitler parlò per la prima volta del suo progetto a Wolff. «Il Vaticano», disse, «è un covo di cospiratori contro l’Asse. Bisogna occuparlo, arrestare Pio XII e i suoi cardinali e sottoporli alla nostra autorità». Aveva in mente di sradicare la religione cristiana dalla Germania e di far tornare la popolazione all’antico culto pagano delle querce. In un crescendo di autoesaltazione, si mise a parlare delle querce abbattute con le scuri dai soldati di Bonifacio VIII nel Milleduecento. «Fu un sacrilegio», continuò, «commesso in dispregio della fede dei nostri padri». E citò decine di massacri che sarebbero stati compiuti per ordine di quel Papa e di cui aveva letto in chissà quale libro. Wolff avrebbe dovuto cercare e rintracciare, negli archivi più segreti del Vaticano, le prove di quei presunti eccidi. Il generale tentò invano di obiettare che la Germania si sarebbe attirata la condanna del mondo intero, specie per la parte che riguardava la cattura di Pio XII, e che in passato analoghe iniziative si erano ritorte contro gli Stati che le avevano adottate. Caso classico, Napoleone Bonaparte, che aveva fatto imprigionare ben due pontefici, Pio VI e Pio VII. Ma, naturalmente, non poteva neppure sognarsi di contraddire il Führer; e quindi lo rassicurò che avrebbe fatto del suo meglio, precisando però che, per una simile impresa, non sarebbe certo bastato un Reggimento di SS, ma occorrevano esperti di latino, di greco, di testi medievali, da ricercarsi su tutti i fronti, e non era certo un lavoro che si potesse fare in 48 ore.

Erano anni che il rancore e l’odio verso Pio XII stavano montando nelle alte sfere del Terzo Reich. Esplicite accuse contro Papa Pacelli erano contenute nei rapporti segreti di Reinhard Heydrich, il promotore della «soluzione finale» (lo sterminio degli ebrei), ai Gauleiter, i capi delle province tedesche: «E’ schierato a favore degli ebrei, è nemico mortale della Germania ed è complice delle potenze occidentali».

Wolff dovette dar fondo a tutte le sue risorse per non passare alla storia come il carceriere di Pio XII, ossia del Pontefice che, poco più di due anni dopo, lo avrebbe aiutato a vedere chiaro in se stesso e lo avrebbe spinto a prendere la decisione più difficile della sua vita: la resa di un milione di uomini (i soldati tedeschi presenti in Italia) nelle mani degli Alleati. Occorreva guadagnare tempo, e così Wolff iniziò la ricerca degli specialisti sui fronti più lontani. Si recò in Norvegia, in Francia, in Italia. Ma la rabbia del Führer contro il Papa esplose violenta nei giorni 25, 26 e 27 luglio 1943, durante le drammatiche conferenze militari convocate quasi ogni ora in seguito alla caduta e all’arresto di Mussolini e alla nomina del maresciallo Pietro Badoglio a capo del governo. Wolff presenziava a tutte le conferenze. Poco prima della riunione di mezzogiorno del 26 luglio, quando ormai era chiaro che Mussolini era prigioniero del Re, Hitler puntò l’indice su di lui urlando: «Lei, Wolff, a che punto è con il progetto per catturare il Papa? Deve riprenderlo immediatamente! Si tenga pronto a partire per Roma!».

Della conferenza di quel giorno esiste il resoconto stenografico. Ecco i passi più drammatici, con le battute dei diversi interlocutori.

Hitler: «Bisogna restituire il colpo, e restituirlo facendo in modo di acchiappare il governo Badoglio al completo».

Hewel (generale SS): «Dobbiamo comunicare o no che le uscite dal Vaticano saranno bloccate?».

Hitler: «Per me fa lo stesso, io il Vaticano lo occupo subito. Lei crede forse che il Vaticano mi metta soggezione? Sono tutti là dentro, e noi lo tireremo fuori, quel branco di porci!».

Poche ore dopo quella tempestosa conferenza, arrivò il comunicato di Badoglio con la famosa frase «la guerra continua». Anche i primi rapporti dell’ambasciatore tedesco a Roma, Von Mackensen, rassicuranti sulla fedeltà all’alleanza da parte del Re d’Italia e del nuovo governo, intervennero a gettare acqua sul fuoco. Il Führer si limitò ad ordinare il massiccio invio di Divisioni tedesche in territorio italiano, in attesa dell’evolversi degli eventi.

Wolff, nominato comandante delle SS in Italia e installatosi a Roma, convinse Hitler che il Vaticano era totalmente sotto controllo e nulla avrebbe potuto tramare contro la Germania. E, intanto, iniziò ad attuare la sua personale politica di distensione. Proprio su segnalazioni che gli faceva pervenire la Santa Sede, tramutò in detenzione non poche condanne a morte. Una volta salvò una suora russa, e per giunta di origine ebraica, che era stata arrestata dalla Gestapo di Venezia e gli era stata raccomandata dal patriarca, cardinale Piazza. Episodi come questo contribuiranno a scagionarlo dall’accusa di aver commesso crimini di guerra, tanto che il tribunale di Norimberga lo proscioglierà in istruttoria.

Pio XII e Wolff si incontrarono la mattina del 12 maggio 1944. Il Papa aveva fissato un’udienza al comandante delle SS tramite donna Virginia Agnelli, madre del futuro Avvocato. Fu nel corso di quell’incontro che Wolff aderì alla richiesta di Papa Pacelli di «lanciare un ponte» verso gli angloamericani per arrivare ad un armistizio sul fronte italiano. Cosa che poi avverrà con la resa di Caserta del 29 aprile 1945.

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