Racconti e leggende della nostra tradizione – Le leggende su Giovanna d’Angiò

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Se qualcuno ha anche solamente sfogliato – cosa che credo sia comunque capitata a molti – un libro di testo per le scuole elementari (o anche per le medie inferiori) prodotto negli ultimi trent’anni circa, avrà sicuramente notato come il maggior numero di testi relativi a leggende e racconti mitici sia ricavato da culture delle più disparate (e disperate) popolazioni del globo terracqueo (dagli zulu agli aztechi, dagli annamiti ai polinesiani) a discapito delle nostre autentiche e specifiche leggende italiane, e nella diversità delle singole regioni e territori che costituiscono la nostra civiltà italica. Questa situazione temo sia peggiorata negli ultimi anni (è da parecchio che non ho più avuto sottomano testi per le scuole primarie) e perciò ho ritenuto utile offrire ai lettori alcuni esempi di fiabe e leggende popolari che per anni (per non dire secoli) hanno costituito, insieme alle tradizioni religiose, con cui spesso si intrecciano, lo “zoccolo duro” della cultura popolare (intesa in senso non gramsciano, ma berchettiano) dell’Italia settentrionale, anzi dell’Italia “superiore”, come usavano dire gli studiosi di fine Ottocento, quando ci si cominciò ad occupare in modo serio di tale cultura.

Vorrei cominciare con una serie di racconti leggendari di proporzioni così vaste – nello spazio come nel tempo – che sarà necessario limitarsi ad una sintesi, la più esaustiva possibile, che cerchi comunque di dar conto delle moltissime sfaccettature, ambientali e storiche, di essa. Si tratta della leggenda del passaggio e del soggiorno della regina Giovanna I d’Angiò nelle terre comprese tra la Provenza alpina (fin quasi a Nizza) ed il Piemonte sud-occidentale.

Occorre inizialmente precisare che la leggenda, appunto, differisce dalla fiaba per il fatto che, mentre la seconda presenta fatti totalmente inventati di personaggi immaginari, la prima invece rielabora in forma mitico-leggendaria (talvolta certo con particolari anche fiabeschi) vicende storiche (e in questo caso si sfuma nel mito) o comunque realmente avvenute di personaggi esistiti nella realtà o ancora vicende relative a luoghi concreti e conosciuti dagli ascoltatori del racconto, e si tratta in genere, in tal caso, del cosiddetto motivo “eziologico”[1].

 

 

La regina Giovanna d’Angiò (1325/26-1382), figlia di Carlo d’Angiò duca di Calabria, ben presto orfana di entrambi i genitori, alla morte del re di Napoli Roberto fu designata dal nonno, per mancanza di eredi diretti, come erede del regno. Di buona cultura sia artistica che scientifica[2], sposò il cugino Andrea d’Ungheria (1343), iniziando a regnare nello stesso anno sotto la guida di un consiglio di reggenza. Nel 1345 venne assassinato il marito, della cui morte fu accusata Giovanna stessa, che un anno prima aveva iniziato a regnare da sola, libera dal consiglio di reggenza; nel 1346 sposò poi Luigi di Taranto, ma nel 1348 dovette lasciare Napoli per recarsi ad Avignone ad incontrare Papa Clemente VI (Papa dal 1342 al 1352), che la liberò dall’accusa di aver partecipato alla congiura contro il primo marito, regolarizzando altresì le sue seconde nozze. Nella stessa occasione Giovanna vendette Avignone al Papa. Dopo la morte anche del secondo marito (1362) sposò ancora Giacomo III di Aragona nel 1371, ma lo sposo morì l’anno seguente. Nel 1376 si sposò per la quarta volta con Ottone di Brunswick, valente generale che però non poté fermare l’esercito del re d’Ungheria, che nel 1381, sotto la guida di Carlo di Durazzo, conquistò Napoli. Sempre nel 1381 Giovanna fu rinchiusa nella fortezza di Muro in Basilicata, dove morì l’anno successivo. Fu sepolta senza alcuna funzione poiché morta scomunicata da Papa Urbano VI (Papa dal 1378 al 1389), contro il quale, ed a sostegno dell’anti-papa Clemente VII (eletto nel 1378 dai cardinali francesi), ella si era schierata. I suoi resti dovrebbero (ma la notizia non è sicura) trovarsi nell’ossario della chiesa di Santa Chiara a Napoli.

 

In quanto contessa di Provenza la leggenda la colloca spesso nelle sue terre, e specialmente nelle valli che scendono sia verso la parte occidentale (Francia) che verso quella orientale (Piemonte) del suo dominio. Dobbiamo comunque notare come in realtà solamente una volta Giovanna abbia visitato i suoi domini francesi (1348) per incontrare il Papa ad Avignone. Durante questa visita sappiamo che si recò anche a Nizza, Marsiglia ed Aix, mentre è dubbio (anzi quasi certamente falso) che si sia recata anche nel Piemonte meridionale[3]. Certamente la notizia della sua presenza in Provenza avrà fatto sì che, data la fama del personaggio, non si sia esitato ad immaginare una sua presenza anche nelle valli piemontesi[4] (Vermenagna, Gesso, Stura, Grana e Maira), dove la tradizione colloca sia parecchi toponimi che prendono nome da essa sia narrazioni leggendarie che la riguardano e che ce la presentano ora come una signora buona e benefica (grazie anche ad un lungo periodo di pace che coincise all’incirca col suo regno), spesso fuggiasca ed inseguita da nemici malvagi, ora invece come tiranna crudele e capricciosa, portatrice di sventure. Certamente molte leggende che la riguardano sono in realtà la sintesi di storie più antiche poi coagulatesi intorno a questa figura così particolare: donna di potere, ma anche signora colta, protettrice delle arti ed artista lei stessa.

 

I richiami più immediati a leggende che parlano genericamente del passaggio della regina Giovanna lungo le vallate cuneesi tra Alpi Cozie e Marittime sono parecchi riferimenti topografici. Così sappiamo della leggenda secondo cui la regina, fuggitiva (non si sa perché, da chi o da cosa), era inseguita dall’esercito di un non meglio identificato re: nel territorio di Vernante (val Vermenagna) una punta montuosa porta il nome di Bech d’Orel (in realtà do Rel), cioè “cima del Re”, dove la regina venne salvata dall’esercito inseguitore, il cui re venne pietrificato e trasformato appunto nella cima montuosa. Seguendo sempre la leggenda della regina fuggitiva abbiamo un chiarimento secondo una narrazione della valle Gesso. Giovanna si sarebbe rifiutata di sposare il figlio del re di Francia (per inciso notiamo come il rifiuto di nozze regali sia un topos, cioè un luogo comune, di molte leggende e canzoni popolari, piemontesi e alto-italiane): inseguita pertanto dall’esercito del re si sarebbe rifugiata nel paese di Roaschia, mentre l’esercito fu fatto sprofondare, per volontà divina, dall’alto del monte Lausa in un orrido, apertosi allora ed ancora oggi esistente, dal nome di Gorge dla Reino (“Gole della Regina”), nel territorio di Entràives/Entracque. La figura della regina come donna benevola e benefica, quasi una Santa, si unisce in valle Stura con la narrazione delle nozze rifiutate col re di Francia. Sempre inseguita dall’esercito nemico, fu sollevata da un gruppo di angeli su di un pianoro che prese il nome appunto di “Jardin de la Reino Jano”, sovrastante lo strapiombo delle “Barricate” (di cui abbiamo parlato a n. 3). Sempre secondo la leggenda ella sopravvisse grazie al riparo di una sporgenza della roccia, ad una cascatella e ad un albero di mele perenni (chiaro riferimento all’Eden, anche perché a certe altitudini i meli non crescono), mentre un volo di “parpajon” (farfalle) colorate la rallegrava. Sempre in valle Stura, ma nel vallone laterale di Valloriate, la regina si fermò per un po’ di tempo, approfittandone – anche per contraccambiare l’accoglienza ricevuta – per insegnare alle donne del luogo a fare il burro[5]. Nel territorio di quest’ultimo comune si ricordano la “roa de la Reira Jana”, cioè la via che ella percorreva attraverso le varie borgate del paese, la “querea dla Reira Jana”, cioè la sedia (dal latino “cathedram” > piem. antico “carea”, mod. “cadrega”, lig. “carega”), in realtà un masso, dove la regina si sarebbe riposata e la “fountana dla Reira Jana”, scaturita da una roccia toccata dal bastone della regina (altra reminiscenza biblica).

Passando ora alla valle del Gesso sappiamo che a Montemale una leggenda racconta di due fantasmi che si aggirerebbero nei dintorni della borgata, nelle vicinanze di una torre diroccata (“el castel de la Rena Jana”): un cavaliere rivestito di corazza, uno degli amanti della regina da lei fatto uccidere gettandolo da una finestra del castello (reminiscenza forse delle accuse mosse alla regina in occasione della morte del primo marito) ed una misteriosa “dama bianca”, cioè la regina stessa che vaga inquieta per il rimorso del misfatto. In altre località della valle (Castelmagno, Frise, Saretto di Monterosso) si narra ancora del passaggio della regina o in fuga dalla Provenza o in cammino per recarvisi: abbiamo così la cima detta “La Reino” (che ricorda il suo passaggio tra questa valle e quella di Maira), la “Rejano”, una grande pietraia che si ritrasse (altro ricordo biblico) per lasciare il passo a Giovanna in fuga, la “Juano”, una roccia a forma di scudo verso la quale la regina soleva passeggiare mentre, in cammino verso la Provenza, attendeva che l’inverno finisse per attraversare i monti. A Roccasparvera, all’imbocco della valle Stura, è presente invece una leggenda decisamente truculenta: si narra infatti che la regina, risiedendo nel castello di questa località, si recò a Messa la notte di Natale, lasciando a casa i figli addormentati. Al suo ritorno, dopo aver ascoltato strane voci nell’aria intorno a sé che annunciavano una disgrazia, trovò i figli fatti a pezzi su di una tavola. Fuggendo inorridita, lanciò una maledizione contro il villaggio, che crollò sotto le sue imprecazioni.

Infine, in val Maira, abbiamo segni della regina ad Albaretto Macra e a Dronero, il capoluogo della valle. Nella prima località la figura della regina è positiva: attraversato il torrente su di una pelle di pecora, col suo mantello tracciò il sentiero che conduceva verso le zone montuose sovrastanti il paese. In cambio dell’ospitalità ricevuta la regina pregò Dio affinché, grazie alla sua intercessione, i campi in quota producessero sempre raccolti abbondanti e fossero protetti dalla grandine. La leggenda ebbe tale peso che, ancora fin quasi alla metà del secolo scorso, durante le veglie invernali nelle stalle si recitava il rosario in sua memoria ed alla Messa “Granda” venivano recitati sei Pater Ave e Gloria in ringraziamento per la regina ed il bene da lei fatto. A Dronero invece la sua figura si lega con la leggenda, abbastanza diffusa sulle Alpi piemontesi[6], del “ponte del diavolo”. Infatti la leggenda racconta che il diavolo, rifiutato dalla regina a cui aveva chiesto di sposarlo, le propose che, se fosse riuscito a costruire in una sola notte il ponte sul Maira, ella lo avrebbe sposato. La regina accettò, ponendo a sua volta la condizione che, se il ponte non fosse stato finito prima che i galli cantassero, il diavolo se ne sarebbe andato per sempre. Giunta quasi l’alba e quasi terminato il ponte, la regina salì su di una roccia che dominava la valle e, schioccando le dita, fece sì che tutti i galli si mettessero a cantare all’unisono, provocando così la fuga precipitosa del diavolo.

La figura della regina vista come donna che agisce in modo insensato e crudele, figura negativa insomma, è legata invece ad una notizia, anch’essa ovviamente leggendaria, piuttosto curiosa: invece di gambe e piedi umani, ella era dotata di zampe di gallina[7], oltre a possedere tutti gli utensili atti a filare (roca, fus e vindo, cioè “rocca, fuso ed arcolaio”) d’oro. Tale situazione è narrata in una leggenda presente a Boves, quindi una località di fondovalle, e non di montagna. La regina, crudele e tirannica, dimorava nel suo castello, detto del Bech d’Arnostia (o Renostia, secondo alcuni da un, comunque, poco probabile Reina Ostium, “porta della Regina”), donde si diffuse a tutto il paese una strana e terribile pestilenza che colpiva uomini e bestie, per scacciare la quale i sudditi chiesero alla regina di andarsene dal loro territorio. Giovanna accettò, ma alla condizione che gli abitanti del paese le confezionassero un paio di scarpe adatte ai suoi piedi, che però erano nascosti dal suo lungo manto. Ovviamente nessuna scarpa, per quanto opera di abilissimi artigiani, si adattava alla regina, ragione per cui si escogitò lo stratagemma per cui una “serventa” (domestica) della regina, d’accordo con gli abitanti, sparse della farina sul pavimento su cui la donna camminava scalza alla sera. In questo modo si vide che Giovanna, invece di piedi e gambe umane, aveva un paio di zampe di gallina. A questo punto si poté realizzare un paio di scarpe acconcio, per cui la regina, fedele alla parola data, se ne andò e la pestilenza cessò. Nel territorio di Boves abbiamo anche una testimonianza toponomastica della presenza della regina d’Angiò. Una grotta, ancora esistente, viene chiamata “gärb[8] dla Räna Giäna”, dove – sempre secondo la leggenda – ella sarebbe stata sepolta, insieme col suo immenso tesoro. Per nascondere tomba, e relativo tesoro, sarebbero stati piantati su di essa molti alberi ed un ciliegio proprio in corrispondenza della tomba, ciliegio che era sempre fiorito, estate ed inverno. Un bel giorno, però, in conseguenza di un furioso temporale con tuoni e fulmini spaventosi, il luogo prese fuoco completamente. La stessa località, invece, essendo sulla stessa montagna su cui sorgeva il castello, sarebbe stata – secondo altre leggende – l’abitazione della regina stessa, da cui sarebbe partito un passaggio sotterraneo che portava fino alla riva del fiume Gesso.

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[1] Dal greco aitía/ αιτία e lógos/ λόγος: si tratta del mito o della leggenda che costituisce la spiegazione (logos) del motivo, della causa (aitia) per cui un luogo ha assunto un determinato nome e non un altro.

[2] Sono gli anni in cui anche il poeta fiorentino Giovanni Boccaccio (1313-1375) visse a Napoli frequentando la corte di Roberto e poi di Giovanna. Egli ci parla della regina Giovanna nella sua opera latina De claris mulieribus (1361/62).

[3] A meno che si voglia dar credito alla canzone di un anonimo trovatore (La chançoun de la Reino Jano) in cui si cita il luogo detto “de la Baricado”, accettando che  esso corrisponda all’attuale luogo detto Le Barricate, in valle Stura.

[4] Si tenga inoltre conto che, durante tutto il medioevo e fino alle soglie dell’età moderna, erano parecchi i possedimenti feudali angioini (o su cui gli Angioini vantavano diritti) in Piemonte, di cui il più importante era Asti.

[5] Tale attività didattica benefica nei confronti dei montanari in altre località alpine (e non solo piemontesi) sarebbe stata svolta invece dall’Uomo Selvatico (òm sërvaj, selvàdegh ecc.), figura archetipica ancestrale che rimanderebbe – secondo gli etnologi e gli antropologi – alla dialettica antichissima tra la civiltà dei pastori nomadi e quella degli agricoltori sedentari. Ulteriore dimostrazione di come il metodo empirico-scientifco applicato in modo autoreferenziale alle scienze umane, nato alla fine del secolo XIX e sviluppatosi in maniera eccezionale nel secolo scorso (in ciò favorito – occorre dirlo – dall’ideologia marxista: non a caso il socialismo detto appunto “scientifico”), pur giungendo spesso a risultati validi nell’analisi, tolga poi, al momento della sintesi, quel quantum di metafisico che le scienze umane devono conservare in sé. Nel caso di specie riconoscere nella figura dell’uomo selvatico un archetipo socio-antropologico – anche se in una certa misura vero – toglie quell’alone di mistero e di “magia” religiosa che i nostri Antenati assegnavano, nei loro racconti, a questa stessa figura: si tiene poco conto, insomma, dell’aspetto “umano” o, se si vuole, psicologico-fantastico-sovrannaturale che ha sempre circondato le leggende e, più in generale, tutta la cultura popolare.

[6] Le tre più note sono quelle di Dronero, di Lanzo Torinese e di Pont St. Martin, in valle d’Aosta.

[7] Tale notizia si trova anche in una leggenda narrata ad Andonno, frazione del comune di Valdieri.

[8] In alcune parlate piemontesi il grafema ä indica (come in tedesco) un suono intermedio tra a ed e.

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