Cos’è la “furbizia” cristiana? Rileggiamo due parabole

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“Surgam et ibo ad patrem meum et dicam illi: Pater, peccavi in coelum et coram te …” (Lc 15, 18).     

“Et ego vobis dico: Facite vobis amicos de mammona iniquitatis, ut, cum defecerit, recipiant vos in aeterna tabernacula” (Lc 16, 9).

Il Messale Romano della XXV Domenica del Tempo ordinario ha proposto alla nostra meditazione la parabola dell’amministratore disonesto (Lc 16, 1 – 16), un passo del Vangelo secondo Luca che può sembrare, a dir poco, sconcertante. E tale io l’ho sempre ritenuto e non nego di avere sentito spesso il bisogno di approfondire, con l’aiuto di vari esegeti, il significato della più paradossale delle parabole di Gesù. Tanto più che essa segue immediatamente la parabola del “Padre misericordioso”, forse la più tenera e commovente tra tutte le parabole che esaltano l’amore paterno che Dio nutre per le Sue creature, infinitamente superiore a quello di qualunque padre terreno. Poi, mentre ci riflettevo sopra, ho trovato un articolo di don Stefano Bimbi pubblicato da “La Nuova Bussola Quotidiana” e ripreso da “BastaBugie” n. 630 del 18 settembre 2019, intitolato “Il cristiano non è buono, ma furbo”, e ho capito molte cose, come più avanti spiegherò.  

La situazione rappresentata da Gesù in questa strana parabola non era nuova ai Suoi tempi e in pratica non lo è neppure oggi, sia pure con le differenze dovute alla complessità dell’economia moderna, molto più evoluta e capziosa di quella del tempo di Gesù perché, come tutti sanno, le cronache sono piene di storie di bancarotte fraudolente e di crolli di titoli azionari provocati dalla frode di chi si è appropriato del denaro affidatogli dai risparmiatori. Ma ciò che sconcerta chi legge questo passo evangelico ricercandovi la Parola di Dio, è il commento di Gesù che ho riportato in epigrafe: “Procuratevi amici con l’iniqua ricchezza, perché quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne”. Non sembra che queste parole approvino ambiguamente l’operato di chi si è servito  in modo iniquo del denaro altrui rovesciando la situazione a proprio favore e facendo pensare che il fine giustifichi i mezzi?

Un amministratore, accusato di aver dilapidato i beni affidatigli da un ricco signore, rischia seriamente  il licenziamento e allora si preoccupa per il suo futuro dal momento che, avendo sempre svolto lavori che oggi definiremmo “da scrivania”, sa di non avere la forza fisica per svolgere  lavori pesanti e non vuole neppure finire a mendicare come un barbone. Allora si accorda furbescamente con i debitori del suo padrone e, sapendo di non avere più nulla da perdere perché comunque perderà il lavoro, falsifica le ricevute e li rende debitori di se stesso. Tuttavia l’imbroglio giunge alle orecchie del padrone il quale (Udite! Udite!) invece di scacciare a male parole il disonesto, lo loda per la sua scaltrezza.

Inizialmente si potrebbe essere tentati di pensare che la marachella commessa dall’amministratore consistesse nell’intascare il profitto derivante dall’arbitrario aumento dei prezzi dei beni da lui praticato all’insaputa del padrone: anche questo è un comportamento ben conosciuto e spesso praticato illecitamente nel mondo d’oggi, perciò il Nostro avrebbe ben meritato il licenziamento  Ma poi ho capito che le cose non stanno affatto così: il padrone non è migliore del suo collaboratore, essi sono entrambi figli della mentalità corrente nel “mondo”, il loro modo di pensare non è solo pervaso di scaltrezza, ma è anche disponibilissimo alla menzogna e all’iniquità. Forse (mi permetto di aggiungere io) dato che quei due sono fatti della stessa pasta, quel tipo di padrone sarebbe anche capace di riassumere il dipendente disonesto, pensando probabilmente di riuscire a sfruttarne a proprio favore l’astuzia dimostrata.

Perché allora Gesù, profondo conoscitore di tutto ciò che c’è nell’animo e nel cuore dell’uomo, commenta: “I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce”?.      

Gesù conosce bene i suoi discepoli e sa bene che essi sono “figli della luce”, ma non può non riconoscere che non sono affatto furbi:  sono anzi del tutto incapaci di essere “astuti, accorti come i serpenti”, come Lui aveva raccomandato loro in una precedente occasione (Mt 10, 16) e neppure sono pronti a fronteggiare le insidie della vita. I “figli delle tenebre” sono molto più smaliziati di loro, ma quella che io chiamerei ironicamente “la loro fantasia creativa” è volta soltanto al conseguimento dei propri interessi e non al perseguimento del Bene comune. Gesù dà per scontata l’immoralità di simili comportamenti, ma nel contempo loda l’acume e l’impegno che l’uomo della parabola ha dimostrato nel saper approfittare nella sua posizione di uomo di fiducia di una persona ricca, ma certamente non più onesta di lui.        

Infatti i cristiani, “figli della luce”, non sono affatto più intelligenti, più capaci, più buoni dei pagani: questo sarebbe un atteggiamento da fariseo, come dimostra la successiva famosa parabola in cui il fariseo ringrazia il Signore  per averlo fatto superiore al povero pubblicano che gli sta accanto (Lc 18, 9 – 14).  E lo dimostra anche, nella parabola del “Padre misericordioso”, il comportamento del figlio scialacquatore il quale, dopo aver buttato al vento il consistente gruzzolo ricevuto dal padre, comincia a trovarsi in ristrettezze economiche e a provare cosa significa aver fame, come non era mai capitato prima, quando viveva in famiglia. Allora “torna in sé”, capisce di essere stato uno stupido e decide di tornare dove sa che lo aspetta un Padre misericordioso. Finalmente è diventato “furbo” perché ha capito che nella casa del Padre c’è tutto ciò che può dargli pace e felicità. Finalmente ha capito che se perseverasse nel precedente comportamento, sarebbe veramente uno stupido. Così il cristiano che osserva quotidianamente la legge di Dio anche con grande sacrificio personale, è “furbo”, perché ha capito che, seguendo Gesù nel passare attraverso la “porta stretta” (Mt 7, 13) troverà la gioia, la pace e il Paradiso. Infatti “qual vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?”(Mt 16, 26). 

E’ ovvio quindi che, se dopo aver ricevuto l’illuminazione dello Spirito Santo, noi volessimo continuare a vivere come prima, non solo commetteremmo l’unico peccato che non potrà essere perdonato (Lc 12, 20), ma saremmo veramente stupidi[1]. Così come si dimostra ben sciocco il giovane ricco che abbandona Gesù per non rinunciare alle sue ricchezze (Mc 10, 17): il poveretto non è più cattivo di chi invece le ha abbandonate per seguire Cristo, è solo più stupido perché in realtà non ha saputo riconoscere la  più importante “chance” della sua vita, quella di trovare la vita eterna.        

Gesù vuole insegnarci a usare, nella ricerca del Regno di Dio e nel perseguimento della salvezza, la medesima accortezza e la stessa tenacia che noi siamo capaci di usare nel perseguire i fini umani e materiali che siamo prefissi. Per questo ho trovato molto chiarificatore  e vero (anche se può sembrare un po’ paradossale) l’articolo di don Bimbi che ho citato poc’anzi: il cristiano non è “buono” per sua natura, perché solo Dio è buono (Mc 10, 18), è solo più accorto dei pagani perché, prima di loro ha capito qual è la Via della salvezza e vuole seguirla, anche se capisce che è difficile intraprenderla e continuare a percorrerla.   

Gesù parla anche della “ricchezza iniqua”, cioè dei beni mondani  ottenuti con mezzi  contrari alla giustizia. Però la misericordia di Dio è talmente grande che quei beni ottenuti illecitamente possono diventare occasione di virtù; anzitutto con la restituzione del maltolto, oppure con il risarcimento dei torti e dei danni arrecati al prossimo, oppure destinandoli ad aiutare i meno fortunati, con opere di beneficenza, con investimenti diretti a creare posti di lavoro e così via. Così infatti fa Zaccheo, il capo dei pubblicani, che si impegna a restituire il quadruplo di quanto aveva frodato e, per di più, a distribuire la metà dei propri beni ai poveri. Di fronte a questo atteggiamento, Gesù dichiara, senza mezzi termini, che in quel giorno la salvezza era entrata nella casa di Zaccheo (Lc 19, 1 – 10).

Gesù parla di “fedeltà nel poco” riferendosi alle ricchezze, perché queste sono nulla a paragone dei beni spirituali. Se l’uomo è fedele, generoso e distaccato nell’uso delle ricchezze materiali alla fine riceverà il premio nella vita eterna, la ricchezza somma e definitiva. Del resto la vita umana non è intessuta di piccole cose che – come aveva intuito S. Teresa del Bambino Gesù, meritando per questo di diventare Dottore della Chiesa – possono costituire la “piccola Via” che conduce alla Santità?

La parabola dell’amministratore infedele è un’immagine perfetta della vita umana. Tutto ciò che possediamo è dono di Dio e noi ne siamo solo gli amministratori che prima o poi dovranno renderGli conto di ciò che Egli ci ha dato.   

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[1] Mi torna in mente la famosa scommessa di Pascal. Ci conviene scommettere sull’esistenza di Dio, perché se vinciamo guadagneremo tutto; se perdiamo, non perderemo nulla. Anche questa è “furbizia” cristiana. 

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1 commento su “Cos’è la “furbizia” cristiana? Rileggiamo due parabole”

  1. Come di consueto una pregevole riflessione. Centrali i temi della riparazione e del perdono, sotto l’ègida dello Spirito Santo. La Sacra Scrittura ci invita a cercare il Signore “mentre si fa trovare”, ad invocarLo “mentre è vicino” (Is. 55,1-11) ; l’uomo senza di Lui è destinato a perdere tutto. Ecco che l’agire apparentemente scomposto dell’amm.re poco onesto è in realtà una provvidenziale corsa contro il tempo. Non sappiamo quanto lunga sarà la nostra vita, occorre attribuire alle cose il giusto valore e dunque a quelle di Dio il primo posto. La via eterna, dal valore inestimabile, è la Croce di Gesù Cristo. Padre Gabriele Amorth ci ha ricordato che attraverso il perdono scaturito dal Suo Sacrificio il male è stato definitivamente sconfitto. Per la salvezza delle anime siamo invitati a seguire il Divino Maestro compiendo la Sua Volontà, nella osservanza del Suo insegnamento, fonte di vita perenne.

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