“Hodie salus domui huic facta est, eo quod et ipse filius sit Abrahae; venit enim Filius hominis quaerere et salvum facere, quo perierat”. (Lc  19, 9 – 10).

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Gerico, città dell’attuale Cisgiordania, contende a Damasco la fama di città più antica del mondo. Essa avrebbe rivelato agli archeologi tracce di insediamenti umani risalenti al periodo epipaleolitico, vale a dire  a un arco di tempo compreso tra il 18.000 e il 12.500 a. C. . Quando vi giunse Gesù, come penultima tappa del Suo viaggio verso Gerusalemme, Gerico era già una città antichissima che, nei precedenti millenni, aveva conosciuto eventi storici importanti fino a cadere sotto il dominio romano entrando a far parte della provincia romana di Giudea.

Di conseguenza gli abitanti di Gerico erano tutti tributari di Roma e, come contribuenti, dovevano fare i conti con un’ importante “Agenzia delle Entrate” il cui “dirigente”, cioè il capo dei pubblicani,  aveva un nome, Zaccheo, che nel gergo locale significava “il puro”, mentre lui, per la professione che svolgeva, non era né puro, né ingenuo, né onesto. Era un uomo ricco e potente, un  “anêr”, lo definisce l’Evangelista Luca quasi a sottolinearne, nel significato del sostantivo greco usato – come riporta il vocabolario greco – italiano di Lorenzo Rocci – la mascolinità, la forte personalità virile, in contrapposizione ad  “ànthropos”, che indica invece l’essere umano comune, l’uomo qualunque. Infatti Luca, che scrive il suo Vangelo per un certo Teofilo, ama descrivere gli incontri di Gesù con i diversi personaggi per suscitare o rafforzare il desiderio del lettore di conoscere e seguire il Maestro.

I pubblicani gestivano le esattorie delle tasse per conto del potere romano di occupazione e, quando potevano fare la cresta sulle somme che incassavano, ne approfittavano senza scrupoli. Ad essi si attribuivano generalmente imbrogli, avidità e scorrettezze di ogni genere; perciò, odiati e disprezzati com’erano, erano ritenuti pubblici peccatori. Secondo i farisei (i loro più accaniti nemici) erano addirittura incapaci di riparare il male commesso e quindi di convertirsi. Perciò è probabile che i concittadini di Zaccheo considerassero il più importante pubblicano locale come l’incarnazione della summa di tutte queste caratteristiche negative.

Però i farisei esageravano, perché Luca descrive spesso la conversione dei pubblicani. Come quando narra che anche loro vanno da Giovanni Battista per farsi battezzare e da lui si sentono esortare a “non esigere niente di più di quanto è stato fissato” (Lc 3, 13) cioè a essere onesti e non pretendere interessi capestro. Poi descrive anche l’amore e la bontà di Gesù verso di loro, come quando il Maestro sceglie il pubblicano Levi come discepolo, gesto scandaloso e inaudito agli occhi del popolo, o quando “mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori” (Lc 5, 30; 15, 2); o quando, nella famosa parabola del fariseo e del pubblicano che pregano insieme nel Tempio, dichiara che è il secondo a tornare a casa giustificato e non il primo, che si riteneva perfetto agli occhi di Dio.

Zaccheo è un uomo “ricco” e, come tale si credeva che fosse difficile per lui ottenere la salvezza. Maria nel Magnificat aveva cantato: “(Dio) ha ricolmato di beni gli affamati e ha rimandato i ricchi a mani vuote” (1, 53) e lo stesso Gesù aveva messo in guardia i suoi seguaci dal pericolo rappresentato dalla ricchezza (Lc 6, 24 – 25). Luca arricchisce questo episodio di alcuni dettagli che potrebbero sembrare inutili, ma in realtà servono a delineare meglio il carattere di Zaccheo. Egli è di bassa statura e pertanto, confuso com’è tra la folla che si accalca intorno a Gesù, non riesce a vedere il Maestro. Allora non si scoraggia, non si cura di quello che possono pensare gli altri, ma passa sopra a ogni rispetto umano e, come farebbe un ragazzino, si arrampica su un sicomoro per poter vedere bene Gesù dall’alto. Perché Luca nomina proprio un sicomoro? Non poteva essere anche un fico, o una quercia, o un qualunque altro albero? Il sicomoro è un albero affine al gelso, ma più alto e dal tronco più grosso, ancora oggi diffuso nella Palestina meridionale: forse Luca vuole mettere in risalto, oltre al carattere disinibito dell’intelligente Zaccheo, che non teme di apparire ridicolo a chi lo vede arrampicarsi su un albero, anche la collocazione geografica e paesaggistica dell’evento che sta per verificarsi.

Perché Zaccheo agisce così? Forse per la curiosità di conoscere quell’Uomo di cui tutti parlano? O per un inspiegabile e misterioso impulso interiore? Luca non lo dice, ma sposta l’attenzione su Gesù, il quale (mi piace pensare) avrà sorriso commosso vedendo  un uomo maturo che – forse percependo, più o meno nebulosamente, di trovarsi di fronte al Mistero – si è addirittura appollaiato sul ramo di un albero come un uccello, sfidando il ridicolo e la derisione dei suoi concittadini.  Allora si rivolge a lui con grande familiarità e amicizia: “Zaccheo, scendi subito perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Sullo sfondo di quell’antica città e in mezzo a una numerosa folla, avviene un fatto straordinario dal profondo significato cristologico: Zaccheo, l’astuto, disincantato e cinico agente delle tasse – che approfittava della sua professione ricavandone lauti guadagni e rendendosi inviso ai suoi concittadini, come tutti i suoi colleghi – incontra Gesù, Lo vede faccia a faccia, e la sua vita, in un attimo, cambia radicalmente. Come non invidiarlo?

Mentre gli astanti mormorano tra di loro perché Gesù “è andato ad alloggiare da un peccatore”, Zaccheo scende dall’albero felice di essere stato chiamato per nome e, dopo essersi presumibilmente prostrato davanti al Maestro, “alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno restituisco quattro volte tanto”. Questo suo proposito va ben aldilà della norma contemplata dalla Legge mosaica (per esempio in Es 21, 37), perciò Gesù gli risponde: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”.

Il racconto evangelico termina qui ma, nella sua stringatezza, ci apre un immenso scenario di riflessione, di meditazione, di conforto spirituale e di Fede perché in Luca la fretta significa sempre che un evento salvifico sta per realizzarsi. Come Maria che, dopo l’Annunciazione, si diresse “in fretta” verso la casa di Elisabetta; come i pastori che, dopo l’annuncio degli angeli, raggiunsero “in fretta” la mangiatoia dove dormiva il neonato Figlio di Dio; così Zaccheo, che non è affatto uno stupido, non perde tempo a sgomitare tra la folla, dalla quale sa bene di non essere amato, per raggiungere la prima fila e vedere Gesù, ma si affretta ad arrampicarsi sull’albero per vederLo meglio; lo stesso Gesù gli dice: “Affrettati, scendi” e lui “in fretta” scende e accoglie gioiosamente nella sua casa il Signore, dal quale si sente amato, perdonato e non giudicato.

A ben guardare, c’è anche un terzo personaggio nella vicenda: la folla, che potrebbe rappresentare un doppio ostacolo alla conversione di Zaccheo. Dapprima, come frapposizione fisica quando impedisce al basso funzionario delle imposte di vedere chiaramente Gesù; poi, come ostacolo alla salvezza quando mormora acidamente contro Gesù che va ospite di un peccatore. Ma Zaccheo non si lascia impressionare: la Parola di Dio ha già operato in lui la metànoia. Non si autogiustifica, non si nasconde, sa di aver fatto il male e allora si rivolge a Gesù chiamandolo “Signore”, “Kyrios”, il titolo cristologico particolarmente caro a Luca che lo usa ben diciotto volte nel suo Vangelo. Esso traduce il tetragramma sacro rivelato da Dio a Mosè e, come proclama S. Paolo, “nessuno può dire GESU’ E’ SIGNORE  se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1Cor 12, 3).

Chiamato con il proprio nome, Zaccheo si sente riconosciuto e amato da Dio nella sua individualità. Allora esprime subito il suo proponimento per il futuro: non solo devolverà metà dei suoi beni ai poveri ma, se ha frodato qualcuno, gli restituirà il quadruplo[1]. In pochi secondi egli ha fatto un completo esame di coscienza, ha confessato i suoi peccati e ha promesso di non commetterne più. Gesù non gli parla del passato, che è cancellato, ma gli offre subito la redenzione. Anche lui, pubblicano, è pur sempre un figlio di Abramo e non può essere escluso dal disegno divino di salvezza. Se prima era una pecora perduta, un essere smarrito da ritrovare, il Figlio dell’uomo è venuto anche per lui; se per la folla è un peccatore senza redenzione, per Gesù è un uomo particolarmente bisognoso di carità e di compassione, e per primo gli va incontro.

Vediamo ora cosa fa Gesù. Egli arriva a Gerico e attraversa la città; se avesse scelto  un altro itinerario verso Gerusalemme, Zaccheo non l’avrebbe incontrato e non si sarebbe salvato. Ma ad un tratto, Gesù alza gli occhi, si ferma, vede Zaccheo sull’albero e lo chiama: “Zaccheo, scendi presto da quell’albero, perché oggi devo essere tuo ospite!”. Se Gesù non avesse preso Lui l’iniziativa, non sarebbe accaduto nulla; Lui non avrebbe visto Zaccheo; Zaccheo avrebbe soltanto soddisfatto la sua curiosità puramente umana di vedere quell’Uomo di cui aveva tanto sentito parlare, avrebbe continuato la sua vita di affarista senza tanti scrupoli e non si sarebbe salvato.

E’ l’eterna conferma che è sempre Dio a fare il primo passo nella conversione degli uomini perché il suo amore per gli uomini è infinito: nulla avviene senza l’intervento dello Spirito Santo che agisce direttamente sulla mente e sul cuore umano e può servirsi degli strumenti e degli eventi più impensabili e disparati per indurre l’uomo a non poter più fare a meno di Lui. Per Zaccheo Dio si servì di un sicomoro, ma gli esempi dell’iniziativa di Dio – a cominciare da quello di S. Paolo in viaggio verso Damasco – possono essere innumerevoli[2].

Questo incondizionato amore di Dio per noi emerge tutto nella frase di Gesù che conclude il racconto. Lo dimostrano i due verbi usati dall’Evangelista al v. 5 e al v. 7. Inizialmente Gesù dice: “Devo ‘fermarmi’ in casa tua”; dopo poche parole l’espressione usata dalla folla, che ha visto la festosa accoglienza che Zaccheo Gli riserba, ci fa capire che non si tratta di una breve visita di cortesia, ma di una permanenza più lunga, perché Gesù vuole “alloggiare” nella casa di un peccatore, colpita dal divieto della Legge. Invece Gesù entra e soggiorna in quella casa.

“Oggi la salvezza è entrata in questa casa” dice Gesù. L’avverbio di tempo “oggi” ricorre spesso nel Vangelo secondo Luca: “Oggi è nato nella città di Davide un Salvatore che è Cristo Signore” (2, 11); “Oggi si è compiuta la Scrittura …”(4, 21); “…oggi mi rinnegherai tre volte” (22, 34 e 61); “…oggi sarai con me in Paradiso” (23, 43). Nella breve pericope dell’episodio di Zaccheo, composto di appena dieci versetti, Gesù lo usa due volte: al v. 5 e al v. 9. Nel primo Gesù allude all’urgenza del momento, a un incontro che deve avvenire subito senza rinvii a un incerto futuro; nel secondo, allude alla salvezza che si realizza con l’ingresso di Gesù nella casa di Zaccheo, ma mentre al v. 5 la “casa” indica l’abitazione, al v. 9 ha un significato più profondo e spirituale perché comprende sia Zaccheo che la sua famiglia.

Il v. 10 chiude la pericope con Gesù che si identifica con il “Figlio dell’Uomo” – cioè con quella figura apocalittica di origine veterotestamentaria di cui avevano parlato i profeti Daniele ed Ezechiele e che lo designa come l’Alpha e l’Omega dell’universo – che è venuto a cercare la pecora smarrita. Se inizialmente è stato Zaccheo a cercare Gesù, in realtà è avvenuto il contrario. Nel suo progetto Dio era già in cerca di Zaccheo, come è sempre alla ricerca di tutti noi. Dipende da noi seguire l’esempio del ricco e astuto pubblicano: non reprimere mai cioè la santa “curiosità” che ci spinge a cercare Dio sempre meglio, anche facendoci deridere o disprezzare dai sapienti del “mondo” e, se necessario, anche arrampicandoci su qualche metaforico albero.

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[1] E’ da notare che, mentre la traduzione della CEI, “editio princeps” del 1971, usa l’espressione frodare, Luca usa il verbo greco sykophanteô,  nel forte significato di “estorcere con la forza”, oltre che nell’episodio di Zaccheo, anche in quello di Giovanni Battista che invita i soldati che vanno a farsi battezzare da lui e a non estorcere niente a nessuno, considerato che, come soldati, sono abituati a usare la forza. Forse questa traduzione è più appropriata, data la posizione di potere di Zaccheo che, come capo dei pubblicani, poteva fare il bello e il cattivo tempo.

[2] Mi vengono in mente, per esempio S. Ignazio di Loyola che si convertì dopo essere stato gravemente ferito in combattimento; Edith Stein, S Teresa Benedetta della Croce, nata ebrea, che diventò cristiana a seguito della lettura, del tutto casuale, di alcune opere di S. Teresa d’Avila; Alphonse Ratisbonne, ebreo francese e nemico del Cristianesimo, il quale – entrato casualmente nella chiesa romana di S. Andrea delle Fratte per ammirarne le opere d’arte – ebbe la visione della Madre di Dio e uscì di chiesa cristiano.

2 commenti su “Gesù e Zaccheo. L’amore misericordioso e l’iniziativa di Dio”

  1. È vero che Dio ci cerca per primo, specialmente quando diventiamo pecorelle smarrite; e può cercarci anche attraverso le dure prove della vita, quando in un certo senso ci “costringe” a non poter fare a meno di Lui. Le Sue vie, infatti, sono infinite, perché infinita è la Sua misericordia; alla quale, però, deve sempre corrispondere la nostra contrizione e l’umiltà nel riconoscerci infinitamente piccoli e bisognosi di Lui.

  2. Cristo è sceso sulla terra per NOI, cioè LUI ci cerca sempre, bussa sempre alla nostra porta, e noi dovremmo imparare a far tacere le nostre inquietudini, le nostre angustie e anche i nostri dolori per poter percepire la sua dolce e delicata mano che bussa.
    Vivremmo tutti più in pace i e tranquilli anche con le croci, spesso pesanti, che dobbiamo portare.

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