Caro Direttore,

questa volta ti mando la mia riflessione di cattolica “bambina” sotto forma di lettera perché spero di coinvolgerti personalmente nel giudizio di un fenomeno che mi sembra ormai molto diffuso nella nostra realtà ecclesiale e che non mi conforta affatto, né mi edifica spiritualmente.

Infatti recentemente sono stata invitata a un evento che, se da un lato non poteva non rallegrarmi, dall’altro mi ha ispirato alcune perplessità che ora mi sembra giusto condividere con te e con gli amici del “Nuovo Arengario”, affinché tutti voi mi aiutiate a capire sempre meglio la Parola di Dio e a individuare le vie giuste per obbedirGli perché, in questo nostro mondo così confuso e travagliato, non sempre le cose sono così facili.

Una giovane coppia di fatto – a me molto cara che, pur essendo stata educata nella fede cattolica, ha rifiutato il matrimonio sia civile che sacramentale, ritenendolo “superfluo” – ha accettato, dopo molte discussioni familiari e ripensamenti, che il proprio bambino, di circa un anno, ricevesse il Battesimo. Esultiamo allora? Io non ci riesco del tutto e spero che il motivo della mia perplessità emerga con chiarezza nel corso della mia riflessione.

Perché quei giovani genitori hanno esitato tanto ad assumere una decisione che per i cristiani dovrebbe essere naturale? Perché sono convinti che il loro figliolo “avrebbe dovuto scegliere da sé, una volta diventato adulto, se diventare o no anche cristiano”, come se essere o no cristiani sia un optional al pari della scelta di un’automobile o dello stile di abbigliamento. Non è risultato chiaro, neppure ai rispettivi genitori e sia pur felici nonni, se la decisione finale in favore del Battesimo sia dovuta a un residuo dell’educazione cristiana ricevuta, anche ormai se molto appannata, o al desiderio di adeguarsi all’usanza – trasformata in una moda, che ancora pare sopravviva nella nostra scristianizzata borghesia romana con la connivenza dei parroci – di battezzare comunque i propri figli, sia pure dopo molti mesi dalla nascita.

Naturalmente non posso dire che la notizia non mi abbia rallegrato, perché sapere che un nuovo cristiano entra a far parte della Chiesa fondata da Cristo è sempre una bella notizia della quale tutti dobbiamo rallegrarci, ma le circostanze nelle quali oggigiorno viene impartito il primo Sacramento – che (non dimentichiamolo) cancella il peccato originale, conferisce la Grazia Santificante, ci rende figli di Dio e membri della Chiesa di Cristo – mi danno molto da pensare e mi fanno provare la tentazione di credere che in realtà siano state buttate le perle ai porci.

Anzitutto io trovo errata e inappropriata l’usanza di impartire il Battesimo non più subito dopo la nascita, ma molti mesi dopo, quando è quasi il momento per il neonato di essere svezzato, se non addirittura più tardi. Uno dei motivi (si sente dire) è che i parroci vogliono raggruppare il maggior numero possibile di bambini in un’unica cerimonia; si dice poi che una volta la Chiesa si affrettava a celebrare il Sacramento perché la mortalità infantile e neonatale era molto più frequente di oggi, tanto è vero che il Catechismo della Chiesa Cattolica permette che, in caso di pericolo di morte del bambino, il Battesimo possa essere impartito da chiunque, anche da un non battezzato, purché abbia l’intenzione “di fare ciò che fa la Chiesa quando battezza e usi la formula battesimale trinitaria. La Chiesa trova la motivazione di questa possibilità nella volontà salvifica universale di Dio (1 Tm 2, 4) e nella necessità del Battesimo per la salvezza” (CCC n. 1256).

Ora che il progresso della medicina e della neonatologia ha praticamente scongiurato questo pericolo, capita spesso, come è capitato in questa circostanza, di veder battezzare bambini pronti ad entrare alla scuola materna, se non addirittura alla scuola elementare. Perché i genitori, che pure si professano cristiani, sono così noncuranti e (oserei dire) addirittura negligenti nei confronti di un evento tanto importante per la vita spirituale dei loro figlioli?

La spiegazione, a mio giudizio, è una sola: il crollo della fede cristiana ha pervaso tutta la nostra società e non poteva non toccare il Battesimo dei nuovi nati. Infatti a me, che mi sento profondamente cristiana, sembrerebbe naturale che chi condivide questa mia visione del mondo e dell’esistenza umana e ama il proprio figlio, non veda l’ora che anch’egli diventi cristiano, figlio di Dio e membro della Sua Chiesa e dovrebbe pretendere, assecondato dalla Chiesa stessa, che il Battesimo venga impartito il più presto possibile dopo la nascita. Ho interpellato in proposito un giovane sacerdote di mia conoscenza e mi sono sentita rispondere: “Sì, quello che lei dice è giusto, ma non deve viverlo con ansia: il Battesimo non è un timbro che si appone come una ricevuta di avvenuto pagamento”. “Certamente no” risposi “ma se crediamo fermamente che esso imprime all’anima un carattere permanente (almeno così mi fu insegnato in epoca preconciliare e presessantottina) e conferisce il dono della Grazia Santificante cancellando il peccato originale, non può che essere ardentemente desiderato per i propri figli, come dono del Signore di valore incommensurabile”. 

La discussione finì lì, perché il giovane sacerdote non mi sembrava disposto ad approfondire l’argomento, ma la sua osservazione mi ha fatto sospettare con dolore che l’appannamento della fede ha toccato anche il clero. Un primo sintomo lo si vede nel fatto che oggi i corsi di preparazione al Matrimonio sacramentale sono frequentati, per la maggior parte, da coppie già conviventi senza che i parroci (rassegnati a questa situazione) si preoccupino di chiarire che la loro condizione è contraria alla dottrina cattolica e si limitino soltanto a invitare i fidanzati a confessarsi il giorno prima del matrimonio. A questo punto io, cattolica molto “bambina”, non posso fare a meno di domandarmi: “Che cosa diranno quei fidanzati al confessore, ammesso che qualcuno abbia insegnato loro che vivono nel peccato? Che sono già conviventi e sono tanto pentiti?”

Inoltre, molti giovani genitori moderni, come quelli che hanno ispirato questa mia riflessione, non sono affatto sposati ma convivono come coppie di fatto, pur chiedendo il Battesimo per il loro figlio, perché questa è l’usanza. Allora, conoscendo il rituale del Battesimo, sorge in me un nuovo interrogativo.

Come è noto, secondo il rituale romano, il sacerdote domanda ai genitori se sono consapevoli dell’importanza del Sacramento che essi chiedono per il loro figlio e, alla loro risposta affermativa, chiede anche se sono pronti a educarlo secondo la Fede cristiana. Naturalmente anche a questa domanda essi rispondono di sì, altrimenti la cerimonia finirebbe lì e non si parlerebbe più di Battesimo. Ma, ed ecco il dubbio che attraversa la mia mente di cattolica “bambina”, sono sinceri quei genitori o rispondono tanto per rispondere e portare a termine quella cerimonia alla quale essi hanno dimostrato con i fatti, di non credere affatto? E’ vero che il Sacramento del Battesimo agisce “ex opere operato” e il loro figliolo, ricevendolo, è diventato cristiano, ma quale educazione, quale esempio essi potranno dare alla loro creatura? Che essere sposati o no non ha poi tanta importanza? Questo non significa svuotare di significato anche il settimo Sacramento?

La responsabilità dei genitori di fronte a Dio è immensa e tale da far tremar le vene e i polsi a chi abbia un minimo di consapevolezza cristiana, ma questa consapevolezza oggi si va sbiadendo sotto l’influsso del sincretismo e del relativismo dominanti che, diffondendo la convinzione che, “per ottenere la salvezza basti credere in Qualcuno o in Qualcosa” finiscono per trasformarsi in un ateismo di fatto.

E che dire dei nomi scelti dai genitori per i loro bambini? In un’epoca in cui la rete, dilagando a tutti i livelli, ha solleticato l’esterofilia degli italiani, dilagano anche i nomi di suono straniero, come Manuel, Emily, Christian e Nicholas, che almeno sono origine cristiana, ma una cattolica “bambina” come me non può non ridere, per non dire non scandalizzarsi, sentendo imporre nomi come Kevin, Alastair, Samantha e Jessica, di origine celtica e pagana che, oltretutto, mettono in serio imbarazzo il sacerdote, che si guarda bene dall’opporsi, al momento di invocare l’intercessione del Santo sotto la cui protezione si vuole mettere il bambino.

Caro Direttore, la situazione che ho descritto e che tutti conosciamo, non è che un aspetto, e neppure il più sorprendente, dello smarrimento della Fede che sta vivendo il gregge di Dio il quale, a quanto pare, non può neppure contare sull’esempio e sul sostegno dei suoi pastori, intimoriti dal complesso di inferiorità che sembra oggi attanagliare la Chiesa di fronte all’arroganza del mondo moderno e completamente dimentichi dell’esempio ricevuto dai grandi Santi del passato.

Grazie per aver avuto la pazienza di leggermi.

Carla D’Agostino Ungaretti

 

Cara Carla,

la mia nonna paterna esercitò per cinquant’anni la professione di ostetrica a Monza. Mi ricordo, sia da quanto mi raccontava, sia da quanto vidi più volte quando ero un bimbo di pochi anni, che molti battesimi si impartivano in clinica (allora retta da suore), proprio perché era assolutamente naturale che, indipendentemente dal pericolo di morte del neonato, la prima preoccupazione era che il nuovo nato entrasse a far parte della Chiesa, ossia che potesse salvarsi, perché “Extra Ecclesiam nulla salus”. Allora c’era ancora la Chiesa con la “C” maiuscola…

E mi viene in mente anche il bellissimo film “Marcellino pane e vino”. Come ricorderai, i frati, trovato il bimbo davanti alla porta del convento, e superato il primo stupore, cosa fanno? Lo battezzano.

Ti parlo di faccende di oltre sessant’anni fa. Poi è passata molta acqua sotto i ponti e, a quanto pare, si è portata via un po’ troppe cose essenziali, sicché adesso abbiamo parroci che aspettano anche mesi e mesi per celebrare il battesimo, anzi, i battesimi, perché si fa una bella infornata quando si arriva a tot bambini e con una bella cerimonia comune sono tutti felici e contenti. Del resto, lo ricordi tu stessa nella tua lettera, sono gli stessi parroci che ai corsi pre-matrimoniali non battono ciglio davanti alle coppie già conviventi. Ricordo che alcuni anni fa un  mio collega, dopo un decennio di convivenza, si decise a convolare a nozze. Il parroco consigliò agli sposi di venire in chiesa separatamente, per questioni di “convenienza”. Tutto qui.

Con questo clero, c’è forse da stupirsi se ci sono giovani che non si vogliono sposare perché secondo loro il matrimonio “è superfluo”? Magari poi segue il famoso ritornello che dice che “l’importante è l’amore”. E perché mai questi sposi dovrebbero sentire l’urgenza di battezzare i loro figli? Qualcuno ha mai insegnato loro cos’è il potere salvifico dei sacramenti? Già, ma qui entriamo nel vivo del disastro: perché se crediamo che l’uomo ha bisogno di essere salvato, e che non c’è salvezza fuori dalla Chiesa cattolica, il potere salvifico dei sacramenti potrà interessarci. Ma poiché viene detto da Roma, e ripetuto a pappagallo da troppi preti pusillanimi, che siamo tutti salvi, che la “misericordia” è una specie di toccasana generale, che tutte le religioni (addirittura “volute da Dio”: una vera eresia che nega l’unicità della Fede cristiana) salvano l’uomo, perché mai dei genitori dovrebbero preoccuparsi tanto del battesimo? E così si arriva all’ignobile abbandono del dovere di educare cristianamente la prole: “Quando sarà grande sceglierà lui (o lei)”.

Quei genitori che vogliono dimostrarsi di ampie vedute, non “costringendo” il bimbo a essere battezzato (perché da grande è giusto che “scelga lui”), sono magari gli stessi che massacrano il bimbo con corsi di danza, corsi di nuoto, sport vari, pianoforte, chitarra, e chi più ne ha più ne metta, perché il loro figlio “deve” essere un campione, non importa di che, e non deve essere di meno dei suoi compagni…

Cara Carla, che dirti? Da un lato, possiamo rallegrarci se un bimbo viene battezzato, perché comunque entra a far parte della Chiesa. Ma con le premesse che abbiamo visto, è chiaro che i genitori, assolto l’obbligo “formale” del battesimo (del quale probabilmente hanno capito poco o nulla), non si preoccuperanno di educare alla Fede il loro figlio. D’altro lato però in tutto questo è impossibile non vedere una terribile mancanza di Fede. Possiamo esaminare quante cose, circostanze, novità vogliamo, ma sempre lì ricaschiamo. O credo che sono al mondo per servire, adorare, lodare Iddio e per meritare il Paradiso con una vita illuminata dalla Fede, o non ci credo. O credo che la via, la verità e la vita è Nostro Signore Gesù Cristo, o non credo. O credo che il Signore ci ha donato la sua Chiesa per la nostra salvezza, o non credo. E purtroppo, con un clero che in gran parte manca di Fede, che insegnamento può ricevere il popolo?

Grazie a Dio, esistono ancora preti cattolici. Non tanti, in verità, ma esistono. E grazie a Dio ci sono ancora credenti che tengono duro, e ci sono anche giovani che hanno Fede. Vedi, tu, io apparteniamo a una generazione che ha avuto la Grazia di vivere la prima parte della propria vita con una Chiesa che ancora insegnava la Fede. Ma il fatto di trovare anche dei giovani che non si sono persi ci fa ben sperare e dimostra che il Signore non ci abbandona, anche se probabilmente lo meriteremmo per i nostri peccati. E, guarda caso, quei giovani che hanno Fede, si sposano, mettono al mondo figli e li battezzano con nomi di santi, non con nomi strampalati.

Penso spesso al fatto che la Russia, dopo settant’anni di feroce ateismo di Stato, ha conosciuto un eccezionale risveglio spirituale. La Fede ha dato la forza a tanti per resistere nell’abominio e testimoniare Cristo anche a costo della vita. Viviamo nell’epoca dell’abominio, ma niente deve spaventarci. Saremo isolati, calunniati, sbeffeggiati, ma sappiamo che tutte queste cose passeranno come neve al sole.

Che fare, quindi? Resistere, tiremm innanz, diremmo a Milano, nella retta Dottrina, pregare, pregare tanto, e avere santa pazienza. Tra un mese o tra cent’anni, quando Dio vorrà, tante pazzie moriranno, perché non vengono da Dio e chi avrà custodito il famoso “buon seme” lo potrà piantare di nuovo nella terra.

E grazie anche a te e agli amici lettori per la pazienza di leggermi

Paolo Deotto 

4 commenti su “Riflessioni sul battesimo. Una lettera di Carla D’Agostino Ungaretti e la risposta del direttore”

  1. Carla D'Agostino Ungaretti

    Mi permetto di aggiungere una glossa di significato analogo. Un’altra coppia italiana di cui ho avuto notizia ha adottato una neonata indiana abbandonata da sua madre che, nella sua comunità di origine, aveva già ricevuto il nome induista di Aishawal. Nella mia ingenuità credevo che la bimba, divenuta italiana, sarebbe stata battezzata con un nome italiano e cristiano. Niene affatto! Neppure lei è stata battezzata perché “sarebbe stata una violenza all’origine della piccola nata induista”. Come è possibile provare un simile complesso di inferiorità nei confronti delle civiltà diverse dalla nostra? Perché queste persone, ferventi ammiratrici della spiritualità orientale, non vanno a vivere in quei paesi, invece di inquinare la nostra cultura, civiltà e Fede? Ah, ma dimenticavo che il Papa ha detto che la molteplicità delle fedi è una ricchezza voluta da Dio …

    1. Gaetano Fratangelo

      Questo Papa ha definito peccato cercare la conversione dato che Dio ha voluto la pluralità e la conversione sarebbe un colonialismo!
      Il comportamento della coppia è l’effetto del relativismo morale, il nuovo dogma del Papa.
      Il complesso di inferiorità si instilla nelle menti dal momento che il Capo della Chiesa afferma che tutte le religioni sono eguali.
      Il 1° comandamento è di fatto abolito!

  2. Gaetano Fratangelo

    Nelle due lettere emergono due aspetti: la mancanza di fede ed il comportamento del clero.
    Il secondo aspetto lo rilevo più accentuato nelle lettera del Direttore che, in tal modo, sottolinea la causa più che l’effetto.
    Il comportamento (causale) del clero risalta in modo esemplare nel contenuto della prima missiva
    Infatti, nella lettera di Carla D’Agostino Ungaretti viene citato un giovane sacerdote che difende la volontà dei genitori che ritardano il battesimo a loro comodo.
    Questo prete, in tono accusatorio, parla di timbri e ricevute quando egli stesso si comporta da impiegato esecutore.
    Non si accorge e non si chiede dove è finita la fede sua e dei richiedenti il battesimo.
    Non si accorge che non attua il Concilio Vaticano II, che va contro il Catechismo e la Dottrina della Chiesa, anche per il fatto che non viene impartita un’ appropriata istruzione catechetica.
    Poi ci domandiamo dove è finita la fede!
    La Chiesa si è sottomessa alla secolarizzazione ed ora è il mondo che guida la Chiesa.
    Vorrei, infine, sottolineare che il Battesimo è un rito che non può dispiegare la sua efficacia senza la fede e va officiato in presenza della comunità dei fedeli che accoglie il battezzato: non è un rito privato!

    1. Carla D'Agostino Ungaretti

      Caro amico Gaetano Fratangelo, io non pretendo affatto che il Battesimo sia impartito privatamente! Chiederei soltanto che ogni parrocchia, o anche ospedale o clinica che disponga di una cappella (e pare che non siano tanti …) ) si tenga pronto, o pronta, ad amministrare il Sacramento nei primi giorni, o nelle prime ore, di vita del bambino invitando tutti coloro che desiderano essere presenti e pregare per il nuovo figlio di Dio (ma senza applaudire, per carità, perché non siamo a teatro!). Invece a quanto pare anche questo è difficile perché sembra che oggi le puerpere vengano dismesse al massimo 48 ore dopo il parto e, una volta tornate a casa con il loro fagottino, hanno ben altro cui pensare. Altro che al Battesimo! Grazie per avermi letto.

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