“Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; / nella tua grande bontà cancella il mio peccato”. (Sal 51, 9).

 

Quando ero poco più che una bambina (ahimè, molti anni fa … ) vidi al cinema un “kolossal” americano di argomento biblico, “Davide e Betsabea”, una grande storia d’amore ispirata alla vicenda narrata nel II libro di Samuele, con gli splendidi attori Gregory Peck e Susan Hayward. Da ragazzina romantica quale ero mi innamorai, come la maggior parte delle mie coetanee, di quell’affascinante attore americano, all’epoca popolarissimo. Molti anni dopo il film fu trasmesso in televisione ed io fui curiosa di rivederlo per poter verificare quali reazioni avrebbero suscitato in me il raggiungimento dell’età adulta e la conquista della maturità. Ovviamente l’effetto fu ben diverso: lo giudicai una storia d’amore molto edulcorata, con una discreta performance di Gregory Peck che canta il Miserere dopo essere stato redarguito dal profeta Natan e con una Susan Hayward bellissima ma dalla funzione quasi soltanto decorativa. Comunque, non fui del tutto d’accordo con  il critico Paolo Mereghetti il quale, nel suo bel Dizionario del Cinema sostiene che il film “invece di esaltare il perdono divino, trasmette  piuttosto l’immagine di una società sessuofobica (forse quella americana dell’epoca?) e senza pietà dominata da un Dio davanti al quale ci si poteva solo umiliare”. A mio giudizio, invece, al di là del fascino indiscusso dei due bellissimi protagonisti, il film trasmetteva un superficiale messaggio polifunzionale, ottimo pane per i denti del pubblico, accettabile senza troppi problemi da cattolici, protestanti e di ebrei, adattissimo perciò a far gongolare le biglietterie dei cinema americani.

Rivedere quel film, però, ha suscitato in me anche una grande curiosità: quella di verificare (Bibbia alla mano) il carattere e il comportamento di alcuni protagonisti delle storie narrate nel II Libro di Samuele e nel I Libro dei Re, in un racconto biblico che, quanto a tradimenti, intrighi, assassinii, stupri, menzogne e ribellioni familiari, non ha nulla da invidiare a un feuilleton di fine ‘800. In particolare mi interessava la figura di Betsabea la quale, lungi dall’apparire come la figura angelicata del film, si rivela piuttosto (come dicono gli americani) una “bad girl”. D’altro canto è anche vero che le storie bibliche sono sempre narrate dal punto di vista maschile e i ruoli principali sono assegnati a uomini, come Patriarchi, Giudici, Re e Profeti, i quali non avevano certo un’opinione molto alta del sesso femminile. Nondimeno la presenza di quello che S. Giovanni Paolo II chiamò il “genio femminile” emerge spesso nei momenti decisivi, come se Dio avesse voluto assegnare proprio alle donne il compito di  sciogliere certi scabrosi  nodi lungo il cammino storico della salvezza, anche se spesso queste donne si comportarono in maniera molto discutibile, come appunto fece Betsabea.

Il ritratto di Davide, il più importante antenato di Cristo, divenuto Re di Giuda dopo molte guerre di conquista, esce dalle pagine della storiografia biblica come quello di un uomo dalle aspre contraddizioni interiori, politico lungimirante ma vittima di passioni che lo spingono fino al delitto, debole con i viziati figli, che infatti gli procurarono molti dolori e delusioni, ma anche capace di grandi impulsi e di ammirevole dignità nella sventura. Dovendo egli, nel disegno di Dio, essere il capostipite del Cristo – che, oltre che vero Dio, sarebbe stato anche vero uomo (tranne che nel peccato) – anche la figura di Davide è rappresentata come profondamente umana quindi, tutto sommato, simpatica.  Di tutto ciò si trovano segni indelebili anche nel libro dei Salmi.

La bellissima Betsabea (il cui nome significa “la formosa”) entra in scena allorché Davide , al culmine del suo potere, si innamora di lei vedendola dall’alto di una terrazza mentre lei fa il bagno (sarà stato anche un po’ guardone il buon Davide? E Betsabea non sarà stata un po’ troppo compiaciuta della propria bellezza?). Per quanto riguarda lui, non c’è dubbio che egli abbia trasgredito premeditatamente il Comandamento “Non desiderare la donna d’altri”; quanto a Betsabea, che era la moglie di Urìa l’Hittita, ella fu anche più di lui colpevole del peccato di adulterio. Infatti, dato lo sconvolgimento dei costumi sessuali moderni, bisogna considerare la proibizione dell’adulterio nella prospettiva del tempo in cui venne formulata: nell’arcaica società poligama israelitica la proibizione era rivolta principalmente alle donne. Benché fosse applicato anche a un uomo che commettesse adulterio con una donna sposata, l’illecito era visto come un delitto contro il marito e prevedeva la pena di morte. Quindi, come mette in risalto anche il film, Betsabea se la cavò per il rotto della cuffia solo perché Davide, il Re, era follemente innamorato di lei. Doveva venire Gesù per perdonare e salvare un’adultera dalla lapidazione (mentre probabilmente l’amante della poveretta se l’era cavata) e soprattutto per insegnare che il solo guardare una donna con desiderio equivale all’adulterio: “Chiunque guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (Mt 5,28).

Quindi, per avere il campo libero con Betsabea, Davide commette un grave peccato: fa in modo di coinvolgere il marito di lei in una pericolosa operazione militare contro gli Ammoniti affinché muoia in guerra. Per questo misfatto il profeta Natan lo induce a riflettere narrandogli la famosa parabola della pecorella (2 Sam 12). La sentenza di Dio, pronunciata da Natan, scende nel più recondito angolo della coscienza del Re, lì dove ognuno di noi è solo di fronte a Dio. “Tu sei quell’uomo” è la parola che, inchiodando Davide alla sua responsabilità, gli ispira il pentimento, gli fa intonare il meraviglioso Salmo 50 (51) e lo ammette alla misericordia di Dio. Tuttavia egli deve espiare la sua colpa e per questo Natan annuncia la sventura sulla sua casa: il figlio concepito da Betsabea morirà in fasce (2 Sam 12, 15) e questo sarà solo uno dei numerosi dolori che i molti figli di Davide procureranno al loro genitore.

La figura del Re Davide è immagine di grandezza storica e religiosa insieme. Tuttavia, anche dopo più di tremila anni, non possiamo non domandarci come abbia potuto un uomo eletto da Dio commettere un misfatto così grave. E’ la dimostrazione che l’uomo è un misto di grandezza e di miseria: di grandezza, perché è stato creato a immagine e somiglianza di Dio; di miseria, perché può fare pessimo uso del più grande dono ricevuto dal suo Creatore, e cioè della libertà.

Comunque i due si consolarono presto: “Davide … entrò da lei e le si unì: essa partorì un figlio che egli chiamò Salomone. Il Signore amò Salomone e mandò il profeta Natan, che lo chiamò Iedidià (“amato da Jahvè”) per ordine del Signore” (2 Sam 12, 24).

L’intrigo familiare comincia a svilupparsi. Per favorire l’ascesa di Salomone – che sapeva di essere il prediletto da Dio, a scapito dell’altro figlio di Davide, Adonìa, che invece stava cercando di impadronirsi del potere – il furbo Natan escogita un piano. Suggerisce a Betsabea di rivolgersi al re ricordandogli un suo antico giuramento – peraltro non menzionato nella storia precedente di Davide, come fa notare la Bibbia di Gerusalemme nel suo commento – secondo il quale l’erede al trono avrebbe dovuto essere Salomone. “Ecco, mentre tu starai ancora lì a parlare al re, io ti seguirò e confermerò le tue parole” (1 Re 1, 13). Questo giuramento fu realmente proferito o fu un’invenzione del profeta per attirare il re dalla sua parte e “dare una mano” a Dio nella realizzazione del Suo disegno? Sarebbe interessante saperlo, ma l’Autore biblico non lo dice.

L’intrigo diventa sempre più inestricabile. Betsabea, nel suo ruolo, riesce a superare il maestro in astuzia e fantasia cui aggiunge, con arte tipicamente  femminile, una punta di vittimismo. Ella si rivolge direttamente al re, vecchio e malato, ricordandogli il giuramento e aggiungendo (di suo) che esso era sacro e inviolabile perché profferito “nel nome del Signore”: “Signore, tu hai giurato alla tua schiava per il Signore tuo Dio che Salomone tuo figlio avrebbe regnato dopo di te, sedendo sul tuo trono. Ora invece Adonia è divenuto re e tu, re mio signore non lo sai neppure” (1 Re 17 – 18). Betsabea aggiunge ancora che Adonia sta festeggiando la sua “incoronazione” alla quale ha invitato tutti i suoi fratelli tranne Salomone, l’erede legittimo, perciò “quando il re mio signore si sarà addormentato con i suoi padri, io e mio figlio Salomone saremo trattati da colpevoli”. Arriva anche Natan e, come aveva promesso in precedenza a Betsabea, conferma la testimonianza della donna la cui azione si è rivelata decisiva, e Davide fa ungere Salomone come re al suo posto.

Ma Betsabea è responsabile anche di un successivo episodio non proprio edificante e cioè la morte di Adonìa.

Il povero Adonìa, dopo aver perso il trono, sperava di meritare almeno un premio di consolazione: essere autorizzato dal re a sposare Abisag, che era stata la concubina del padre negli anni della vecchiaia e a questo scopo egli chiede la raccomandazione di Betsabea (1 Re 12 ss) perché è noto che il re non sa rifiutare nulla alla sua favorita. A questo punto la Bibbia di Gerusalemme fa notare che possedere una delle mogli del re morto o destituito conferiva un titolo per la successione e cita, come esempio, l’episodio dell’altro figlio di Davide, Assalonne, anche lui aspirante al trono il quale, per impadronirsene “entrò dalle concubine di suo padre, alla vista di tutto Israele” (2 Sam 16, 22). Non fu una semplice bravata: prendendo possesso del gineceo di suo padre egli affermava il suo diritto alla successione.

Era questa anche la malcelata intenzione di Adonìa? Vale a dire recuperare il trono dopo averlo perso per volontà di Dio, come egli stesso aveva riconosciuto e sembrava aver accettato? (v. 15)?  Se lo era, il poveretto rivelò una fatale ingenuità politica e chiedendo l’appoggio di Betsabea mise lui stesso in mano alla donna un pugnale puntato contro di lui. Betsabea accetta (ipocritamente?) di appoggiare presso Salomone la richiesta di Adonìa e il re  interpreta l’istanza come, in quell’epoca turbolenta di intrighi e delitti, era solitamente interpretata: “Adonìa ha manifestato questa idea a danno della propria vita. Ebbene per la vita del Signore che mi ha reso saldo, mi ha fatto sedere sul trono di Davide mio padre … oggi stesso Adonìa verrà ucciso”. “Così morì Adonìa”, riferisce l’Autore biblico senza altri commenti.

A questo punto non può non sorgere un triste dubbio nella mente del lettore che ritiene gli eventi della storia regolati da Dio. Era in buona fede Betsabea? Era mai possibile che ella ignorasse il significato della richiesta di Adonìa? O forse ne approfittò per consolidare il trono di suo figlio? E’ possibile che madre e figlio ignorassero i Comandamenti di Dio “Non mentire “ e “Non uccidere”? Oggi si pensa che “Non pronunziare falsa testimonianza contro il tuo prossimo” proibisca la menzogna, mentre in origine esso si riferiva all’obbligo di dire la verità in una disputa legale, rinforzando la sacralità della testimonianza di fronte a un tribunale, quindi è presumibile che né Natan, né Betsabea si siano posti troppi  problemi morali nel loro complotto. Sicuramente conoscevano quei Comandamenti  come provenienti direttamente da Dio tramite Mosè, ma evidentemente (come avviene molto spesso anche oggi) ritenevano che il fine, cioè la sicurezza del regno, giustificasse il mezzo. Niente di nuovo sotto il sole! Quante volte nella storia le donne, specie se regine, hanno intrigato, mentito e complottato per favorire l’ascesa al potere dei propri figli?[1]

Come giudicare la condotta di Betsabea e, nel caso specifico, del “saggio” Salomone? La prima si rivela capace di dirigere gli eventi in maniera determinante; arricchisce il suggerimento di Natan parlando di un sacro giuramento e riesce così a ottenere il favore del vecchio re Davide per salvare la vita di Salomone e farlo ungere re a sua volta; si rivela esperta di Realpolitik accettando di appoggiare Adonìa, mettendone però a nudo l’imprudente richiesta e provocandone la condanna a morte. Il secondo, per timore di perdere il trono, non indietreggia davanti al fratricidio.

E che dire degli altri membri della famiglia? La lettura dei Libri di Samuele ci presenta la casa di Davide quasi come l’antesignana della famiglia degli Atridi dipinta nelle tragedie greche. Nel I Libro dei Re si descrivono gli intrighi politici e il balenare, metaforico o reale, di lame e di pugnali, le fazioni “l’una contro l’altra armata”, dei cui membri l’Autore biblico cita scrupolosamente nomi e paternità. Il figlio maggiore di Davide, Amnon, si innamorò della sorellastra Tamar; per averla vicina, si finse malato e quando la ragazza andò ad assisterlo portandogli un piatto di frittelle cucinate da lei, lui non esitò a violentarla, salvo poi stancarsene subito e attirarsi l’odio dell’altro fratello Assalonne, il quale preferì assaporare la vendetta come piatto freddo  ben due anni dopo, quando trovò l’occasione favorevole per assassinare il fratello (2 Sam 3, 2 – 13).

Adonìa  si allea con Ioab, nipote di Davide in quanto figlio di sua sorella Zeruià, il quale non esita a tradire suo zio, con trame degne dei moderni servizi segreti. Assalonne scatena una  guerra civile contro i “legittimisti” fedeli a suo padre, finendo però per fare una morte ingloriosa e provocando l’ennesimo lacerante dolore al povero Davide (2 Sam  13 – 19). Gli stessi profeti e sacerdoti, invece di invocare la pace in nome di Dio, si schierano con l’uno o con l’altro.

Come giudicare questi eventi? Io, umile cattolica “bambina”, penso che il Dio dell’Antico Testamento si rivelasse all’umanità ferita dal peccato originale con i mezzi che gli uomini erano in grado di capire in quell’epoca ancora primitiva. Ecco quindi la rivelazione di un Dio “antropomorfico”, che inizialmente “passeggia” nel giardino dell’Eden, poi “si pente” di aver creato l’uomo e vuole distruggerlo col Diluvio, successivamente suggerisce lui stesso ai condottieri di Israele i piani di battaglia per conquistare la Terra promessa, più tardi ancora si serve di persone non esattamente affidabili per portare avanti il suo disegno di salvezza, affidando ai Profeti il compito di illuminare la povera umanità smarrita sulla Sua volontà.

La rivelazione biblica avviene attraverso fatti per i quali vale il celebre detto del famoso vescovo e predicatore francese Jacques Bénigne Bossuet, vissuto nel XVII secolo: “le righe degli uomini sono storte, qualche volta anche così aggrovigliate da non riuscire neppure a distinguere e a collocare esattamente le sillabe degli eventi storici; eppure è misteriosamente possibile a Dio scrivere diritto anche su di esse”.     

Col II Libro di Samuele e col I Libro dei Re siamo ancora nel periodo in cui Jahvè non era  considerato l’unico Dio, ma solo il più potente e l’unico che il popolo di Israele dovesse adorare. Dovevano sopravvenire l’esilio babilonese, nel VI secolo a. C.,  e la prima distruzione del Tempio costruito da Salomone perché Dio rivelasse al Suo popolo che Egli non era uno dei tanti dei, ma l’unico vero Dio. Allora gli ebrei capirono che le loro disgrazie non erano avvenute perché il loro Dio era inerme o più debole degli dei stranieri, ma perché aveva voluto punire Israele per i suoi peccati. Ed io, cattolica “bambina”, assistendo alle disgrazie e ai cataclismi che imperversano nel nostro mondo in questo XXI secolo (terremoti, tsunami, guerre civili, attentati terroristici con tante vittime innocenti, discordie tra le nazioni) confesso di essere molto vicina a pensare che Dio sia stanco della nostra empietà e voglia farci sperimentare sulla nostra pelle le conseguenze della nostra tracotante superbia nell’esserci allontanati da Lui.

La tradizione ebraica giustifica il delitto di Davide, sostenendo che Betsabea era stata destinata al Re fin dall’inizio. In questo contesto si dice che Uria, andando in guerra, avrebbe dovuto dare alla moglie il libello di ripudio come era l’usanza. Nella tradizione cristiana, l’Evangelista Matteo (1, 6) nomina Betsabea come moglie di Urìa nella genealogia di Cristo e i Padri orientali vedevano nell’episodio di Davide e Betsabea l’esempio della penitenza e della garanzia del perdono divino di fronte alla debolezza umana.

Invece, nella tradizione artistica la scena che maggiormente ha ispirato i pittori è quella di Betsabea  al bagno, forse perché consentiva agli artisti di deliziare la loro erotica fantasia riproducendo le splendide forme delle loro bellissime modelle. Il primo esempio che mi viene in mente è quello del dipinto “Betsabea al bagno” di Francesco Hayez conservato nella Pinacoteca di Brera.

 

[1] Mi vengono in mente, per associazione di idee, i delitti commessi dalla “cristianissima” regina di Francia Caterina de’ Medici per rafforzare la successione al trono dei suoi figli della casata dei Valois, insidiata dal protestante Enrico di Borbone, re di Navarra. Lo sterminio degli ugonotti nella notte di S. Bartolomeo (24 agosto 1572)  ordinata da lei, servì a poco perché Enrico, dopo la morte di tutti i Valois, diventò ugualmente re di Francia, pur convertendosi al cattolicesimo perché “Parigi valeva bene una messa”.

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