IL RISCATTO/VII – romanzo di Piero Nicola

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IL RISCATTO

di Piero Nicola

romanzo

 

Capitolo settimo

 

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 ……………………

Si sentirono la domenica dopo Santo Stefano. I postumi dell’influenza la debilitavano più a fondo della rinite e della tosse che non avevano smesso di molestarla. Le sere successive, richiamato a lei che gli entrava in capo con la musica – non importava se nasale, disturbata, affievolita – delle frasi tranquille, Fabio aveva riacquistato il possesso di sé, la sicurezza dei suoi beni immateriali. Il sentimento da lei ispirato gli consentiva di esercitare un’influenza benefica.

A Capodanno Michela era ristabilita, idonea a ricevere i visitatori. Augurandosi «Buon anno», l’Anno nuovo apriva loro la porta nel sole che risaliva.

Nel salone dei colloqui, Armando ed Elisa, che ormai il giovane chiamava per nome trattandoli con il lei, mentre loro gli davano del tu, liberarono un franco sollievo. I doni natalizi attirarono interessi e esclamazioni non affettate. Sollevando la collanina d’oro col cuore d’oro, regalatale dal suo ragazzo, l’emozione di Michela fu un augurio e una promessa della sua uscita dal labirinto.

Fabio arrossì ricevendo da Armando una pacca sulla schiena.

L’arrossito le porse un libro che aveva in un sacchetto. Sfasciatolo:

«Oh, Liala!» lei gioì, «ti sei ricordato… »

«Liala?» la madre restò attonita. «La nonna andava matta per i suoi romanzi. Ne aveva una sfilza.  Credevo che tu leggessi libri seri, storie attuali.»

«È una scrittrice bravissima, stile di prim’ordine. Altro che letteratura di genere rosa… È da godere e mi distrae. Ci respiro boccate d’aria pura. L’ho scoperta per caso.»

«Ah! Se lo dici tu… E se ti piace.. »

La stramba gaiezza di Elisa le dava, a tratti, un’aria spiritata. Consegnò alla figlia il sacco di carta azzurra contenente i regali che aveva avuto l’incarico di acquistare. A Fabio andò un orologio di materia sintetica nera, che forniva impensate misurazioni e informazioni. «Leggerai le istruzioni,» gli dissero, sciogliendosi dal rompicapo. Elisa aveva riposto nella borsa il monile che desideravano mettere al sicuro. I doni che i tre familiari si erano destinati tennero un po’ ciascuno in soggezione, anche perché né Fabio né i genitori avevano pensato a un presente da offrirsi nella circostanza, anche perché schivo lui a prendersi libertà e restii loro a concedere soverchia, prematura confidenza.

Il cicalino avvisatore del congedo li importunò nella serenità ristabilita, li rammaricò, accelerò auguri, saluti muniti di raccomandazioni, sostenuti da levate di mano.

Al piede della scalea, Elisa trattenne il passo. Avevano qualcosa da chiedergli.

«Ma qui adesso?… » Armando fece obiezione.

 

«Lasciami,» lei lo scostò seccata. «Rimandare… Venuto il momento, che vantaggio abbiamo a rimanere in sospeso? Quando poi, nemmeno tu stai più nella pelle. Ammettilo.»

Faceva buio e si gelava. Lo pregarono di trattenersi per qualche minuto nella loro automobile.

Evidentemente il discorso era preparato. Fabio sedette al centro del sedile posteriore. Aveva sentore del problema, ma fu più indisposto dai modi, che dalla prevedibile intromissione. La signora madre, senza preamboli gli domandò quali fossero le sue intenzioni. Scorgendogli la ruga in fronte, per dargli respiro attaccò con il tema del terribile disinganno sofferto da Michela a motivo della relazione da lei avuta more uxorio, e si diede a una digressione sulla loro corretta fede cattolica, che non ammetteva il concubinato. Quel mascalzone aveva approfittato del buon cuore di Michela, prendendola… in prova. Robe da matti! Per di più, le aveva attaccato il vizio di cui scontava le conseguenze.

«Fortuna che non si sono sposati,» Armando biascicò.

«Meschina, non sopporterebbe un’altra delusione,» Elisa tirò la somma.

«Ma non vi ha detto niente?» Fabio si rifece alla parola data. «Contavo di informarvi, casomai non ve ne avesse parlato.»

«A che riguardo?»

«Ho proposto a Michela di sposarla e sono in attesa del suo consenso. L’ho colta alla sprovvista, si è sentita male, quel pomeriggio che eravate usciti dal parlatorio. L’hanno rianimata, messa sulla carrozzella e l’avete seguita nel corridoio. Quel giorno andò a finire così. Nel frattempo, ho evitato di ripetere la richiesta. Capirete il perché. Ma non mi tiro indietro.»

«Oh,» ad Armando tremava il labbro, «abbiamo un galantuomo! Ce ne sono ancora… »

«Per fortuna,» disse Elisa quasi con distacco. «Bene, non ti preoccupare, le parliamo noi.»

Si sovvenne d’una negligenza imperdonabile: «Ma lei…» esitò accorgendosi di dargli del lei, «è libero? Ha divorziato o che altro? Sappiamo che ha avuto una coniuge.»

«Abbiamo divorziato. Non volevamo figli; ci sono testimoni, perciò ho in mente di chiedere l’annullamento alla Sacra Rota.»

«Ci vuole troppo tempo,» osservò meditabonda.

«Ora non più… Posso cercare un avvocato introdotto in quel Tribunale.»

«Siamo d’accordo,» dissero all’unisono. «Naturalmente vi considererete fidanzati,» Elisa puntualizzò.

 

Il “galantuomo” non era pentito d’aver contravvenuto al suo proposito iniziale, al disegno di ape che sugge il nettare del fiore sin tanto che il fiore ne offre. Il sacrificio della sua soluzione dell’amore, incompatibile con un legame per sempre, valeva pure la salvezza d’una vita, d’una vita a lui cara. Si era donato una missione, una milizia, uno scopo elevato per cui lottare.

Inoltre il disegno di ape aveva negletto un dato morale per niente lieve, aveva addormentato la coscienza omettendo di prevedere l’altrui cuore infranto. Nonostante l’intesa preventiva, che comportava la consapevolezza e l’assenza di velleità nella compagna di alchimia amorosa, un innamoramento frustrato poteva fare soffrire molto, pregiudicare un futuro. E lui? Superuomo immune? Aveva forse mentito dicendole di amarla? Se era preso di lei, come avrebbe retto al distacco?

Ragionamenti ineccepibili che, a onta della logica, lo lasciarono assorto, bisognoso di darsi conferma con un programma, con una previsione concreta. Si sarebbero sposati e, ammesso che l’amore dovesse avere termine in un suo mutamento, il suo buon ricordo e la formazione della famiglia avrebbero supplito alla perdita.

L’aveva circuito un ottimismo camuffato da lungimirante, faceva i conti senza l’oste, l’oste del mondo esterno, atto a recare offese al suo, al loro guscio. Le lezioni somministrategli non erano bastate.

 

La sauna, gli esercizi fisici e la corsa in palestra, le vitamine, procurarono un beneficio risolutivo.

In febbraio, la paziente si sentì rinfrancata, uscita da un incubo, rigenerata. Venne dimessa. Il saggio fatto della normalità dentro di sé e all’esterno della Villa, quel prodigio, la spinse a obliare assolutamente la cocaina, le persone e le immagini che la concernevano. Calò un pesante sipario sui menomi richiami, sulle tenui indulgenze e connessioni, su qualsiasi cosa potesse accennare alla dipendenza dalla polvere impalpabile che l’aveva nutrita in passato. Non era sintomo d’una guarigione sufficiente, ma di progresso. Si distoglieva dal bianco d’una tovaglia, d’un fazzolettino, rifuggiva dalla neve. La tabula rasa coinvolse gente innocua e i suoi cari, chi l’amava e le aveva giovato, per quanto li collegasse al ricovero e riflettesse lo spauracchio dell’irresistibile fame di droga.

Per farsi una ragione delle sue fobie Fabio, Armando ed Elisa impiegarono del tempo. Capirono che solo proiettando nell’avvenire lei e sé medesimi, la ragazza rimaneva nel suo buon elemento e gli affetti potevano svilupparsi. Fu relativamente agevole guadagnarla all’idea del matrimonio. Se ne previdero i presupposti e il piano della sistemazione.

Il fidanzato si avvalse della competenza del procuratore che lo aveva assistito nel divorzio. A Genova consultò il legale indicato, che perorava cause alla Sacra Rota e che assunse l’incarico. La via breve era percorribile essendo dimostrata la mancanza di fede da parte d’un coniuge. La circostanza ebbe gli attestati necessari, ottenuti dagli amici, disposti anche a deporre sull’intenzione della coppia di non procreare. Marisa, divorziata da Fabio consensualmente e benestante, non aveva nulla da reclamare, si prestò a sottoscrivere le carte. Spettava al Vescovo sancire la sentenza del Foro ecclesiastico. Se ne sarebbe venuti a capo dopo circa un anno. L’attesa eccessiva li portò a anticipare le nozze civili. Gli scrupoli religiosi scaddero, sepolti nei recessi delle anime. Consegnati i papiri, la celebrazione si sarebbe svolta giovedì 10 giugno.

I preparativi, incluso il banchetto degli intimi in una dimora patrizia adibita a ricevimenti, presentarono uno scoglio affiorante sulle acque solcate dalla loro rotta.

Michela, tornata in famiglia e ancora in aspettativa per motivi di salute, si fece guidare dalla madre. Scelsero abito, corredo, servizi di stoviglie e posate. Giunti ai mobili e agli elettrodomestici da sostituire, Fabio e il papà, approvati i progetti basilari, si fecero in quattro per alleviare la femminile fatica con l’indirizzo alle mostre prescelte, con l’assistenza nelle visite, negli spostamenti, e provvidero al rimanente.

«È vero che la cascina non ti disturba con quello che ci è capitato?»

 

La cauta apprensione di Fabio era stata dissolta:

«Alle tragedie sono abituata. Di morti e di violazioni ne ho sentite e anche viste.»

«A Villa Confidence?»

«Alla Villa e non solo.»

La fidanzata amava la campagna da artista, ne godeva i diletti non proprio per esotismo: oltrepassava il compiacimento letterario, russoviano. Doverci abitare le sollevò delle difficoltà.

Quando, attraversato il borgo, superato il Camposanto, giunsero al Greppo, lei era già chiusa e laconica. Elisa aveva scovato un pretesto per la sua assenza.

Entrata nel soggiorno (ci veniva per la seconda volta), Michela si guardò attorno, abbandonò le braccia, assalita dall’inutilità di cambiare l’arredamento, di entrare nelle altre stanze. Un rude colpo s’era abbattuto sui suoi sogni.

«Ho capito,» Fabio le andò in soccorso, «ci stabiliremo ad Acqui. Per me non è distante… Casa nuova, tutto nuovo… »

Armando si rischiarò, restituito alla bonomia. Lei, che alla parola “Acqui” aveva trasalito, sentendo “tutto nuovo”, s’era stretta al babbo, e dal suo concentrato di gratitudine emanarono raggi della sua bellezza interiore, che la fecero stupenda; come voleva la delicatezza, l’esile e ritemprabile finezza della sua natura e della sua fisionomia.

 

Andavano rivisti i preventivi della cucina e dei mobili, la loro disposizione era progettata sulla planimetria della cascina. Cominciò una campagna di ricerche nelle agenzie immobiliari. Fabio disponeva di un anticipo per il mutuo, avendo venduto l’appartamento di Genova. I Rebuffo offrirono il pagamento di una quota della somma iniziale.

Ultimata in febbraio la potatura e l’eliminazione dei sarmenti, in marzo la legatura dei tralci ai fili di acciaio, con il prezioso ausilio di Santina, dato lo zolfo sui teneri germogli, arati gli interfilari in aprile, le operazioni del vignaiolo non avevano tregua. Ogni anno le condizioni atmosferiche cambiavano la data degli interventi agricoli; l’intervento straordinario fu richiesto da un temporale anomalo che aveva deviato fossi di scolo e scavato voragini. «Il contadino è un domatore della Natura,» soleva dire suo padre; “un domatore incompreso”, aggiunse il figlio. Il contadino era altresì un architetto inconsapevole dell’ambiente agricolo. Michela e i suoi, cittadini, pur manifestando riverente comprensione per coloro ai quali la terra era bassa, gettavano occhiate alle mani ispessite, tagliuzzate e annerite nonostante le energiche lavature, sottintendendo: “Non li usi i guanti?”

 

L’insegnante di italiano e storia deliberò di rientrare in Istituto assai prima che le scadesse la licenza. Le pesava l’ozio delle ore disoccupate. Il metodo di organizzazione domestica di sua madre non le si confaceva. Il negozio sequestrava i genitori durante sette ore. La figlia procurava la spesa e cucinava controvoglia. Come la direzione della donna delle pulizie, così il pranzo e la cena le addossavano una responsabilità, accompagnata dall’incertezza sul gradimento dei piatti allestiti.

Soprattutto la molestava la sorveglianza sul suo stato. Se stava bene, al suo peso mancavano chili, alle sue rotondità vari centimetri, al suo colorito il roseo del buon sangue. Perciò contravvenne ai consigli del medico che, vista la sua determinazione:

«D’altronde il lavoro e stare in società,» si ravvide, «potrebbe giovarti. Mi raccomando, socializza, stai con la gente; non ti rintanare, tanto meno col moroso. Cacciatevi in una combriccola… T’ho vista nascere… capisci… » finì il pistolotto da sentimentale, il canuto, emaciato, burbero benefico dottor Reinaudo.

Lei sbuffò interiormente. Quanti erano a volerle bene! Quanti volevano più bene al loro io sapiente e, gli uomini, nondimeno al loro gusto concupiscente.

Fabio le obiettò che forse era prematuro immettersi in una scuola da lei paragonata a un’opprimente fabbrica di lavaggio e stampa dei cervelli, dove s’imponeva e si premiava l’ignoranza umanistica e della cultura generale, il travisamento e la denigrazione delle antiche glorie, dove si pervertiva il concetto dell’uomo.

«Esatto, mi ci hai portato tu a precisare i termini di questo stabilimento, che sforna teste di docenti e di alunni utili soltanto a una misera efficienza tecnica. E lo fa in funzione di un’economia incivile.

Ma te lo dissi che ci ridevo sopra. E me ne farò beffe. È il metodo naturale per uscirne, per chi, come me, è sprovvisto di animo donchisciottesco. Eh, io attacco l’asino dove vuole l’orco volpone…»

 

Alloggiò provvisoriamente in un alberghetto pulito e dignitoso, a conduzione familiare. La previdenza suggerita da Fabio, che aveva notato il tizio losco ciondolare presso il condominio, aveva fatto sì che avessero persuaso Michela a disdire l’affitto dell’appartamentino, in cui il “moroso” non aveva messo piede. L’hotel ospitava agenti di commercio, qualche turista, pazienti veri e simulatori venuti alla cura dei fanghi. Dava su una delle vie che affluivano nel Corso, a sua volta comunicante con la piazza caratterizzata dalla fontana dell’Acqua bollente. Il centrale complesso architettonico ben tenuto e bene illuminato rendeva gradevole venire a prenderla e riportala attraversando le limitrofe oscurità, dopo le andate ai divertimenti, alle conversazioni in un caffè sulla letteratura classica e moderna, sulla storia, sui fatti del giorno.

 

Finalmente trovarono l’alloggio che, bello, in ordine, dotato di camera per il neonato o la neonata, costruito di recente e situato in un quartiere elevato, piacque all’unanimità. Fervette l’opera dell’arredo. Furono rimandati aggiustamenti e rifiniture non indispensabili. Mancava un mese e mezzo al fausto evento.

Michela soggiaceva alla stanchezza, la dissimulava nell’aspettativa che il tempo volasse e d’essere rinvigorita dal gioioso appagamento del culmine toccato. Represse un’irritazione snervante nelle fibre, nel sangue, e una cupa paura prese a tormentarla.

 

Dapprima insospettito da distrazioni e dimenticanze, altrimenti da slanci e precipitazioni, poi messo in allarme da un presagio, costituito dall’intuizione di ciò che significassero le espansioni euforiche, Fabio meditò una risorsa scorretta, il ricorso a un male minore. Una domanda candida e astuta gli fece sapere l’ora in cui la prof di italiano e storia usciva dall’Istituto.

Cinque minuti a mezzodì, si appostò all’ombra d’un chiosco di giornalaio. Un tipo del Magreb, corporatura asciutta, sui trent’anni, fumava all’angolo del muro di cinta del cortile scolastico. Sei o sette minuti più tardi Michela scese dal portone principale, s’incamminò verso lo sconosciuto, che le mosse incontro salutandola. Il musulmano esponeva il fianco sinistro al transito veicolare. Cavò dalla tasca del giubbotto qualcosa che scomparve tra i due. Il movimento della spalla destra e il braccio ritratto indicarono che c’era stato uno scambio. Bustina contro denaro. Che altro? Michela svoltò e proseguì spedita, rapida sui tacchetti. L’osservatore, ingoiando fiele, si buttò attraverso la strada. Dovette fermarsi, schivare un automezzo. Lo spacciatore era sparito. Presunse che avesse preso il marciapiedi opposto a quello sul quale lei si era allontanata. Filando a zigzag fra i passanti, favorito dal caso, Fabio individuò la sagoma dell’uomo rimastagli impressa. Era avanti una ventina di metri, scantonò in una traversa e, fermatosi, aprì col telecomando una Peugeot tutta scassata.

Fabio si volse a guardare in una vetrina per non dare nell’occhio. Aveva avuto un’idea nebulosa del proprio intento. Trascinato dall’avversione, si era distolto dal rincorrere Michela. Gli occorse riflettere. Partita la Peugeot, si rammaricò di non aver preso numeri e lettere della targa. “Che ti salta in mente?” si disse, “vuoi fare la guerra allo spaccio, a un’organizzazione criminale? O vuoi individuare, denunciare i colpevoli, mettere la Polizia sulle loro tracce affinché sgominino la banda?”

«Giovanotto che ha? ma si sente bene?» una tremula vecchietta, con ogni evidenza un’impicciona, lo scrutava da dietro gli occhiali. Il corruccio maschile la spaventò: «Mah,» si rattrappì, incerta se esaminare le stoviglie esposte al di là del vetro.

Tornando sui suoi passi, un’avvertenza prese corpo e lo afferrò saldamente: lo spaccio era la fonte della perdizione, senza lo spacciatore lei non avrebbe potuto ricadere nella spirale mortifera, né avrebbe mai cominciato.

Impiegò il resto della giornata, fattasi piovosa, nella manutenzione del trattore. Rimuginava cambiando l’olio, pulendo i filtri, scrostando degli strati di fango secco. Il rovello partorì il consiglio di non essere precipitoso. “Tra un’inciampata e una caduta ce ne passa. Chi dice che non si sia ripresa, dopo avere incespicato imbattendosi nel tentatore? Può anche darsi che dovesse saldare un piccolo debito.”

Alla telefonata serale si guardò dal sondarla in alcun modo. Era cosciente della suscettibilità degli ex drogati, delle loro antenne sensibili. Lei era stata dal medico, e le aveva prescritto una settimana di riposo. Se ne valeva sia per rimettersi in forze, sia per i preparativi. Aveva comunicato alla Scuola che si sarebbe curata anche a casa dei suoi ad Alessandria. Parlò eccitata dello scambio di posto, nella sala, fra il trumeau e la vetrina moderna. Per associazione d’idee venne ai soprammobili e a una scultura di dama dell’Ottocento, di proporzioni umane, che aveva ammirato da un antiquario.

«Andremo a vederla,» egli la compiacque, «mi fido del tuo gusto.»

«Sì… » disse piano e s’interruppe.

Aveva apprezzato la sua condiscendenza?

Proseguì riferendo le riserve manifestate da sua madre, i suoi consigli assillanti. Il discorso, iniziato poco spontaneo, sapeva di studiato, andava arenandosi nel difetto di sicurezza. Lo prese la voglia di constatare la sua condizione fisica, il dimagrimento, le occhiaie.

Le successive telefonate furono ancor meno rassicuranti. Non appena ritornò all’hotel, le diede appuntamento sul Corso, essendo intesi di cenare con il cibo che accompagnava gli aperitivi, al caffè dei trascorsi piacevoli conversari. I timori ebbero un’immediata conferma. Incredibile, quanto al presentito facesse riscontro il reale! invano abbellito dal brio estemporaneo di Michela. Le sue trovate artefatte, le risatine, raddoppiarono di fronte allo sforzo con cui il fidanzato cercava di secondarla. Mangiò in fretta e bevve il Martini avidamente.

«Vuoi saperne una?» raccontò, «Carlotta si è offerta di farmi da testimone. Lei che non è venuta a trovarmi a Villa Confidence! Te l’immagini la stravagante, tra le persone per bene? Le ho detto che avevo una suora per testimone e che l’altro testimone era Guido. Avessi visto come se l’è presa! La brutta faccia che ha fatto! Quel giorno i suoi ragazzi se ne saranno accorti… »

Carlotta insegnava scienze alle Medie. Professori e studenti delle due scuole gravitavano intorno al medesimo bar, alla stessa cartoleria. Volere o no, nei loro movimenti si incontravano.

«Nei paraggi delle nostre scuole vedi persone che si muovono furtive, scantonano come ladri, come ricercati, per lo più insegnanti. E perché questo spettacolo indecoroso? Perché Carlotta si offre. Scappano in frotta: chi l’ha assaggiata e che si rifiuta di aderire. Non finisce l’anno scolastico che quando passa fa il vuoto, intra moenia e extra moenia,» schioccò una risatella versatile, con una sfumatura d’autoironia.

 

Fabio stette agli scherzi mitigandosi. Da un canto, la beffa dell’irrimediabile presente, d’altro canto, l’ammorbidimento della compassione che gli conciliava il diletto amoroso, gli allagarono il sorriso.

A che giovava crucciarsi, arrovellarsi adesso o disperare? Protraendosi il gioco, una nota seria la immalinconì. Ripensando ai suoi, agli impegni da assolvere per il matrimonio, la scollatura delle espressioni dai loro significati divenne quale Fabio l’aveva udita a casa dall’auricolare.

La dolce e scombinata creatura accusò il mal di capo. Presa sottobraccio, raggiunsero l’albergo.

 

Urgeva l’intervento che prevenisse il peggio. L’attesa di un’inversione della china sulla quale l’ammalata stava scivolando appariva illogica. Nondimeno il consapevole stentò a concepire il da farsi, si concesse un’ultima verifica speranzosa. Spes ultima dea.

Si vide a indagare, a spiare, con appostamenti andati a monte, correndo l’alea d’essere scoperto.

“Così non va.” Consultò Internet. La pubblicità d’un’Agenzia investigativa con sede locale gli fece buona impressione. Gli premeva avere un quadro dell’organizzazione da cui Michela veniva irretita.

Chissà se provocando lo smembramento della cricca malefica, lei avesse ripiegato sull’astinenza, su una proficua astinenza? Servendo in un piatto d’argento al Commissario Argeri le prove inconfutabili, la Pubblica Sicurezza non avrebbe potuto esimersi dal procedere agli arresti.

 

Facendolo accomodare nell’ammezzato, le cui finestre davano sotto i portici, Aldo Pieroni, disinvolto titolare dell’Agenzia, lo rese edotto sulle sue credenziali di maresciallo dei carabinieri a riposo. Doveva averlo giudicato diffidente. Dietro la scrivania, la faccia piena e aperta, sotto il cranio calvo e bislungo di omone di taglia ragguardevole, si pose in ascolto pago del suo ruolo.

Apprendendo il caso, assentiva ad ogni ripresa di fiato di Fabio, lo osservava cercando di ricavare gli sviluppi di certi dettagli, con minime richieste di chiarimenti. Prese nota dei nomi e dei dati.

«Gentili… di Roccaspina, » lo considerò, «lei… »

«Sì, sono io quello della rapina alla cascina.»

«Ha tutta la mia solidarietà, e il compianto per la sua povera madre.»

«La ringrazio.»

Assentì, lesse gli appunti, riassunse la situazione e definì la finalità del rapporto di Agenzia commissionato. Chiuso il quaderno e spento il cellulare, disse che ovviamente il tutto era protetto dal massimo segreto. Aggiunse che impiegava giovani collaboratori coperti dall’anonimato, sebbene la Polizia, volendo, potesse conoscerli e controllarli. Da ultimo, gli comunicò le tariffe delle prestazioni.

Alzandosi, Fabio gli ricordò che di lì a un mese si sarebbero sposati. Il tempo stringeva.

«Ne tengo conto, stia sicuro… Mi faccio sentire io,» aprì la serratura della porta vetusta e scalfita; «a meno che non abbia novità o si ricordi di qualcosa di importante. È meglio così,» concluse col tono perentorio e sonoro di meridionale.

 

Sul pianerottolo, balzò su dalla scala un ragazzo atletico, dentro un abbigliamento indifferente.

Mentre schiacciava il pulsante sotto la targhetta dell’ Agenzia Pieroni, con l’obiettivo dell’occhio girato, Fabio lo fotografò.

Era Giovedì .Venerdì e sabato tramontarono muti da quel lato. Giornate piene, sudate. Ardori di sole e di motore non giunsero a stornarlo dal nucleo attrattivo intorno al quale ruotavano i satelliti delle immaginazioni. Nel fine settimana, allentate le occupazioni di ciascuno, Michela si disse sfinita e nessuno, vedendola, l’avrebbe contraddetta.

«Avessi supposto che cosa significa sposarsi con tutti i crismi e lavorare, ti avrei detto “fuggiamo”.» Il paradosso la rattristò, ma proseguì fantasticando: «Avrei fatto una quantità di rinunce, mi sarei snaturata piuttosto… Rimpiango di aver ubbidito alle ambizioni borghesi.»

Lo guardava facendolo sentire l’ancora di salvezza nel mare agitato, il salvagente che lei disperava d’agguantare. Fabio si trovò inadeguato, incapace di formulare le frasi suadenti e delicate, le persuasioni efficaci. Si era precluso di venire al sodo dei provvedimenti da prendere. L’iniziativa dell’indagine affidata lo tratteneva dal bandire il temporeggiamento.

Facevano quattro passi nel borgo aprico e avvolto dalle tenere: la macchina lasciata vicino al ristorante panoramico, le anime paesane ritirate nelle stanze, davanti alle televisioni lampeggianti in alcune finestre, l’orologio sulla torre a segnare il tempo che, insieme ad essa, sorpassava le parabole delle esistenze, le generazioni. La notte raccoglieva i loro detti.

«Michela,» il suo nome li strinse, «non vorrei di nuovo domandarti se mi tieni all’oscuro di qualcosa, ma sarei un ipocrita se ti nascondessi ciò che penso e che ritengo doveroso dire per il tuo bene. Un bene non di poco conto… »

«Che vuoi sapere?»

Si era rinchiusa. Gli si strinse il cuore. Il Moloch della pseudodifesa dettata dall’amor proprio aveva annientato la bontà.

«Vedo che reagisci male.»

«Oh, finiscila! Già mi rimproveri?»

«Va bene. Sei magra, sei… »

«Sono brutta e stanca. E allora?» protestò spazientita. «Ricominciamo coi sospetti? L’altra volta avevi le tue ragioni, ma ora basta.»

Possibile una cocciutaggine di quel genere? Gli mostrava un muso che era un muro. Che si fosse ficcata in capo di riscattarsi? Che fosse in tempo? Che avesse avuto inizio il suo saggio proponimento?

La ringhiera del belvedere li fermò.

«Torniamo indietro.

 

«Telefonagli tu, che sei l’uomo,» Elisa incitò il marito, «senti che gliene pare, quello che pensa.

Sarà mica un innamorato pazzo pazzo? Non è venuto a pranzo di domenica. I suoi motivi puzzavano di balle. Mi piacerebbe sapere che cosa bolle in pentola… »

«Macché, non c’è sotto un accidente,» Armando si bloccò, mentre andava su e giù nel salotto.

«Bisogna provare che significa mandare avanti da solo una cascina.»

«Comunque, lei non me la racconta giusta. “Sono stracca, mi sono strapazzata…” Dio non voglia che siamo nuovamente da capo. È una malattia? Si fa una ricaduta come con l’influenza? Giuro che stavolta… »

«Ma che vorresti fare? Sono disgrazie. Ci siamo finiti dentro e non siamo i soli.»

«Disgrazie un corno! Io e te non ci siamo cascati. Ma il bello è che mia madre non avrebbe potuto… La disgrazia è questo porco mondo.»

Armando sentì il futuro genero. Aumentarono per lui le complicazioni. Aspettava il responso del maresciallo Pieroni, era indotto a soprassedere. Anch’egli aveva paventato una ricaduta, disse, e cercato di vederci chiaro, ma le querele della ragazza lo avevano portato a recedere. Ad ogni buon conto andava tenuta d’occhio, il padre raccomandò, e lui concordava.

Al principio dei giorni feriali riprese l’aspettazione. Martedì, giorno di mercato, Fabio era nella moltitudine dei commercianti, dei sensali, dei proprietari che in piazza convenivano per compravendite, per tenersi aggiornati, per il piacere di ragionare, di discorrere, di rivedere amici del comprensorio agricolo. Il martedì Michela aveva lezione fino a mezzogiorno. Non se la sentiva di andarla a prendere alla scuola senza preavviso. Alle undici e mezza sulla piazza cominciava lo sfollamento. Parecchi ripercorrevano la strada che menava al desco domestico. A un tratto, un giovane dall’andatura elastica irrefrenabile entrò fra i crocchi e proseguì. Diede nell’occhio a Fabio che, avendo riconosciuto il segugio dell’Agenzia, si sganciò dai suoi interlocutori e in breve ricalcò le peste del galoppino, a debita distanza. C’era gente in strada, il giovanotto non parve avvedersi d’essere seguito. Di certo aveva una meta; il pedinatore credé d’averla intuita dalla direzione che aveva preso. Dopo un tratto della via alberata, piegò in una traversa diretta all’Istituto tecnico. Imitò l’appostamento di Fabio contro l’edicola del giornalaio. Il berretto a visiera calcato in testa, spiava l’arrivo di qualcuno sul marciapiedi dirimpetto che lambiva le mura scolastiche. Fabio si ritrasse in un androne da dove, incurante di incuriosire chicchessia, poteva controllare sia il segugio sia la zona su cui si era aggirato la volta precedente lo spacciatore. Poco dopo il suono delle campane, Michela uscì, rallentò la camminata avvicinandosi all’angolo dell’alta recinzione di mattoni.

 

Attraversando la strada, un individuo di pelle nera, addobbato di tutto punto, le si fece incontro sbarrandole il passo con goffa spavalderia e una stridula risatina. Le porse, a mo’ di regalo, il sacchetto lucido e fine che gli pendeva dalle dita. Tra i due s’intravidero i gesti d’un botta e risposta.

Al passaggio d’un operaio e d’una donna che teneva per mano il figlioletto, si scansarono, e avvenne la consegna e il ritiro dei soldi, nascosto dai corpi serrati per un attimo. Che ci fosse stato lo scambio e sulla sua natura gli indagatori non ebbero dubbi. L’africano aveva voltato la schiena allontanandosi probabilmente verso la sua auto. Il giovanotto, infilati degli occhiali scuri, si portò a una motocicletta lasciata in sosta e, inforcandola, l’accese. Sbucato dal passo carraio, Fabio udì il rombo possente d’una macchina. Il motociclista partì a spron battuto, berretto calcato in testa.

Chi sarà stato l’elegantone che sostituiva il solito pezzente addetto allo spaccio? Michela doveva essere oltremodo impelagata. Gli fece rabbia soprattutto la sfiducia nei propri riguardi. Fu preda di un malanimo che avrebbe scontato amaramente.

Disegnò un programma per il pomeriggio. Mangiare un boccone a una tavola calda, scegliere un libro da prendere in prestito alla biblioteca, un salto all’ufficio dei Coltivatori Diretti, poi all’Agenzia d’investigazioni.

«Oh, lei!» Pieroni lo accolse gioviale; «qual buon vento lo mena?… Prego, si accomodi.»

Era abolita la sua raccomandazione di aspettare gli eventi.

Senza por tempo in mezzo, Fabio gli descrisse per filo e per segno la scena a cui aveva assistito, facendo sembrare fortuito il suo passaggio in quei paraggi. Come in occasione del primo incontro svoltosi tra Michela e il magrebino fornitore, aveva lasciato che lei proseguisse per la sua strada.

«So tutto,» disse soddisfatto l’ex maresciallo. «Il mio informatore ha scattato fotografie con lo zoom. Deve farne ancora. Mi ha scritto un messaggio nel nostro gergo indecifrabile. Stiamo mettendo in ordine il puzzle… Però, la vedo preoccupato… »

«Mi chiedo che c’entra il negro bellimbusto… »

«Negro… » sottolineò il faccione ironico, tollerante.

«Sapete chi sia?»

«Certamente. È un vice-boss e guardia del corpo. Abbiamo individuato la tana. Una tana di lusso.

Ci mancano le generalità e il un suo nome di battaglia… Per il momento s’accontenti. Siamo vicini a chiudere l’indagine… La spiegazione del fatto che si sia esposto fisicamente? Cercherò di appurare il motivo. Ho un confidente nel giro, che ci costa un po’… Può essere che il soggetto fosse a corto di pedine, o che la ragazza, mi scusi, fosse debitrice e avesse tergiversato alle intimazioni di pagamento. Oppure è venuto con una proposta oscena. Chi lo sa? È gente imprevedibile,» lo sguardo fermo nella testa oscillante dava ad intendere la prossimità del congedo.

La chiamata di Pieroni arrivò in anticipo sul previsto. «Ci siamo,» disse, «l’aspetto oggi alle cinque.»

 

(continua)

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